La nostra classifica: i film dell’anno 2018-2019

Decimo appuntamento con la tradizionale classifica di fine stagione, che raccoglie i nostri film dell’anno e vi suggerisce recuperi e inediti, da vedere nel corso della prossima lunga estate calda.

E’ stata una stagione ricca di proposte eterogenee e di qualità, che continueranno a luglio e agosto, con uno sforzo inedito della nostra distribuzione, per allungare e uniformare il nostro calendario alle esigenze americane e all’assalto delle piattaforme streaming.

E’ stato tuttavia l’anno di Netflix, mai così presente sul nostro sito e nelle abitudini del pubblico italiano. Non solo grazie alle serie, ma anche ai lungometraggi: a partire dal mese di settembre, i film del gigante diretto da Hastings e Sarandos hanno affiancato la distribuzione in sala, con due proposte nuove tutti i weekend.

L’investimento di Netflix nella produzione locale e regionale ha portato, anche in Italia, a distribuire Sulla mia pelle, Un Natale a 5 stelle e Lo spietato.

Ma se la prossima stagione ci porterà molta più concorrenza, anche in questo settore, con Apple Tv+ e Disney+, oltre ad Amazon Prime, a soffrire è stato soprattutto il cinema di qualità, quello che una volta si chiamava d’essai, che fatica maledettamente a trovare la sua strada nel nostro paese.

Gli incassi sono monopolizzati dalle major americane e dalla Disney in particolare. Franchise e sequel la fanno da padrona ai piani alti del Box Office, in attesa di Zalone e Garrone con Benigni, attesi come la manna dal cielo il prossimo mese di dicembre. Nella top ten ci sono 6 titoli della Disney, 3 della Warner e uno della 20th Century Fox, quel Bohemian Rhapsody che è anche l’unico titolo originale in un lotto che comprende 6 sequel, due remake e Aquaman.

La nostra classifica appare così un distillato di ottimi film, un po’ marginali, che spesso arrivano dai grandi festival europei, ma che rimangono patrimonio di pochi.

Non è una novità di quest’anno, ma un percorso che si è fatto via via più evidente nel corso dell’ultimo decennio.

In testa alla nostra classifica c’è il melò struggente e assoluto, firmato da Pawel Pawlikoski, Cold War, che è arrivato sino agli Oscar maggiori, dopo aver vinto il premio alla miglior regia a Cannes l’anno scorso e l’EFA per il miglior film europeo dell’anno. E’ la storia di un amore impossibile, che attraversa il tempo e la storia del nostro continente, diviso e dilaniato dalla cortina di ferro, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Sul secondo gradino del podio c’è la Palma d’oro, Un affare di famiglia del giapponese Kore Eda, che sembra aver raggiunto la piena maturità espressiva, con questa commedia agrodolce, su una famiglia per occasione, in cui ciascuno interpreta il proprio ruolo convenzionale, in un gioco pirandelliano di maschere, che nasconde una verità amarissima.

La medaglia di bronzo la assegniamo volentieri ad uno dei nostri registi preferiti, Jacques Audiard, che ha diretto il suo primo meraviglioso film americano, I fratelli Sisters, un western elegiaco, in cui la febbre dell’oro è solo una chiave per raccontare un’utopia impossibile e un malinconico ritorno a casa.

Film memorabile e sfortunatissimo, prodotto da Annapurna e poi incapace di trovare la sua strada verso il pubblico, per noi rimane imprescindibile.

Appena sotto La donna dello scrittore, ovvero Transit, diretto dal sempre più bravo Christian Petzold, a partire da un romanzo di Anna Segers: una storia di espatriati e passatori originariamente ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, ricollocata nella Marsiglia di oggi. Un’iperbole narrativa, che scompagina ogni attesa, rende incerto ogni sguardo. Un triangolo amoroso che ricorda quello di Casablanca, con tutta la crudeltà dell’Europa contemporanea.

Quinto posto per il film più celebrato dell’anno: Roma di Alfonso Curaon, Oscar mancato al miglior film, dopo una campagna imponente, orchestrata da Netflix, per accreditarsi agli occhi degli altri grandi registi con cui vorrebbe lavorare.

Quello che resta, a fuochi finiti, è un piccolo grande film personale, un tributo alle donne che hanno contato davvero nell’infanzia del regista messicano, sullo sfondo di una Città del Messico caotica, nei tumultuosi anni ’70.

Al sesto posto troviamo Noi di Jordan Peele, un altro horror che scava nel senso di colpa di una nazione, rimosso da un modello di sviluppo ipocrita, capace di produrre modelli di benessere irraggiungibili.

Un grande ritratto metaforico, un film di genere perfettamente bilanciato, evocativo, che impone Jordan Peele come uno dei registi politici di questi anni, con uno sguardo decisamente personale sul proprio Paese.

Un gradino più sotto troviamo il secondo film del premio Oscar ungherese Lazlo Nemes, Tramonto: nell’Europa di un secolo fa, ad un passo dalla Grande Guerra, nella mitteleuropa elegante si agitano forze oscure e rivoluzionarie, pronte a scardinare il potere costituito.

Nemes resta sempre incollato alla sua protagonista, accompagnandola in un viaggio in cui molte cose le rimangono oscure, ma in cui il desiderio di verità è più forte di ogni ostacolo.

Entra nella top ten, grazie ad un’uscita da saldi di stagione, l’opera prima del giovanissimo Kantemir Balagov, allievo di Sokurov, Tesnota – Closeness, vista a Cannes nel 2017, addirittura.

Il suo è un film che disegna un mondo, segnala uno sguardo, identifica un pensiero. E’ la nascita di un autore già perfettamente consapevole di sè, che si presenta in prima persona, per introdurre la storia e per chiuderla. Closeness è un racconto tutto al femminile, che affonda le sue radici nella cultura, nella religione, nelle tradizioni di un popolo dimenticato dalla storia, sullo sfondo delle due guerre cecene.

Il suo secondo film era a Cannes quest’anno, Beanpole. Un altro piccolo gioiello.

L’unica animazione in classifica è quella ideata dal duo Lord&Miller, ovvero Spider-Man: un nuovo universo, che finalmente viene a patti con la natura propria del fumetto, non ha paura di esplitarla come fonte, ma è capace al contempo di sfruttarne tutte le potenzialità immaginifiche, immaginando altri Peter Parker, protagonisti di realtà alternative.

Un viaggio poetico e fantastico, che spinge i cinecomics verso un orizzonte finalmente originale e consapevole.

Chiudono la top ten due film che non potrebbero sembrare più lontani: usciti in due diverse edizioni di Cannes, Climax di Noé si ispira ad un fatto realmente accaduto durante la festa di una compagnia di ballo, e Dolor Y Gloria di Almodovar è una riflessione autobiografica sul tempo e sugli amori perduti.

I due film sono stati accomunati dalla distribuzione, che ne ha ravvicinato l’uscita: ma sono anche due film che raccontano la morte e il dolore come parte essenziale dell’esperienza umana e l’arte come strumento necessario, per far esplodere le contraddizioni personali e politiche.

Chiudiamo come spesso accade con gli inediti da recuperare. Nonostante in Italia escano ormai più di 500 film all’anno, un pugno di capolavori, soprattutto del Far East rimangono ancora sconosciuti alla nostra distribuzione. La lista è incredibilmente lunga quest’anno, piena di film brillanti, controversi, coraggiosi, provocatori.

Cominciamo il nostro viaggio dalla Cina con An Elephant Sitting Still di Hu Bo e Long Day’s Journey Into Night di Bi Gan: due registi giovanissimi dell’ottava generazione, audaci, con uno sguardo opposto sul cinema e le cose del mondo.

Hu Bo si è tolto la vita, dopo aver terminato il suo film, nel tentativo disperato di difenderne l’integrità. Almeno questo è quello che le scarne cronache locali ci hanno riportato. Bi Gan ha invece trionfato al box office la notte di capodanno, conquistando il maggior incasso di sempre per un film art house nel proprio paese, travolto poi dalle polemiche, per la scaltra campagna di marketing.

Restando in Cina non si può non ricordare il magnifico wuxia di Zhang Yimou, Shadow, tornato ai fasti di un tempo, al suo cinema stilizzato, rarefatto, visionario. Doveva portare a Berlino un film sui dissidenti imprigionati dal regime cinese. Il film è scomparso. Nel mistero che avvolge ancora un paese tanto decisivo, quanto ancora lontano da ogni idea di democrazia liberale, soprattutto in campo artistico.

Altra opera somma dalla Corea, Burning di Lee Chang Dong, tratto da Murakami. Un thriller impossibile, un triangolo amoroso tra lotta di classe e di sangue. Imperdibile.

Sempre dalla Corea arriva Mademoiselle – The Handmaiden di Park Chan Wook, ambientato nel 1930, durante la colonizzazione giapponese, un gioco d’inganni e sensualità, con al centro due donne lontanissime per status sociale, nazionalità, ambizione.

Non abbiamo ancora avuto l’opportunità di vedere gli ultimi due film di Hong Sang soo, Grass, in concorso a Berlino 2018, e Hotel By The River, presentato a Locarno 2018, che segnano la quinta e sesta collaborazione con la compagna e musa Kim Min hee, ma ve li consigliamo caldamente, come tutti i film del maestro coreano.

Proseguendo il viaggio da est a ovest ci fermiamo in Ucraina, dove Loznitsa ci ha regalato un altro magnifico ritratto della sua terra, Donbass: satira bruciante e surreale sul potere. Uno dei suoi film più accessibili.

Qualcuno si fermerebbe in Francia per Les Garçons sauvages di Bertrand Mandico – scelto dai Cahiers come film dell’anno, con la solita mossa per épater le bourgeois – ma non noi.

Segnaliamo invece High Life di Claire Denis, con Robert Pattinson, Juliette Binoche e Mia Goth, uno dei film più ambiziosi della regista francese, qui alle prese con capitali americani. A noi non ha convinto sino in fondo, ma certo vale una visione notturna.

Attraversiamo l’oceano e troviamo Vox Lux di Brady Corbet, alla sua opera seconda: presentato a Venezia e poi ingiustamente sparito, ha un primo tempo straordinario e un secondo disastroso, afflitto da una Natalie Portman tutta mossette e cliché, nei panni di una popstar musicale, insicura e arrogante. Ma anche in questo caso, una visione la consigliamo.

Difficile che arrivi nel nostro paese The Beach Bum di Harmony Korine, un ritratto d’artista, assolutamente unico, tra camp e ricchezza, droga e tramonti. Con un Matthew McConaughey irriconoscibile e vero.

Magnifico invece l’esordio dietro la macchina da presa di Paul Dano: il suo Wildlife, che ha aperto la Semaine a Cannes l’anno scorso, tratto dal romanzo Incendi di Richard Ford con Jake Gyllenhaal e Cary Mulligan, è un dramma familiare visto attraverso gli occhi di un bambino, nel Montana degli anni ’60.

Questi sono i nostri migliori. Abbiamo allungato la rosa a 30 film, proprio perchè sia più una raccolta di consigli, che non una classifica di sole eccellenze.

Seguite i link alle nostre recensioni e fateci sapere quali sono i vostri preferiti:

  1. Cold War
  2. Un affare di famiglia
  3. I fratelli Sisters
  4. La donna dello scrittore
  5. Roma
  6. Noi
  7. Tramonto / Tesnota – Closeness
  8. Spider-Man: un nuovo universo
  9. Climax
  10. Dolor Y Gloria
  11. La favorita
  12. La casa di Jack
  13. Oro verde – C’era una volta in Colombia
  14. Vice – L’uomo nell’ombra
  15. Il traditore
  16. Sulla mia pelle
  17. Summer
  18. I figli del fiume Giallo
  19. Il corriere – The Mule
  20. Toy Story 4
  21. The Old Man & The Gun
  22. La Douleur
  23. Gloria Bell
  24. Suspiria
  25. La paranza dei bambini
  26. Mission: Impossible Fallout
  27. Disobedience
  28. Il vizio della speranza
  29. Copia originale
  30. Amiche di sangue

Se volete recuperare le altre classifiche annuali cliccate qui

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5 pensieri riguardo “La nostra classifica: i film dell’anno 2018-2019”

  1. Lista molto interessante! Parlando dei film che ho visto (e quindi recensito sul blog), ammetto che togliendo il reparto tecnico Cold War non mi è piaciuto molto, e lo stesso vale per Us di J. Peele… Invece Climax mi ha colpito positivamente, proprio una bella esperienza cinematografica!
    E Dolor y gloria mi è sembrato per chi già è fan di Almodóvar…

  2. Che bummer conoscere già il vincitore 2019-2020 😅
    Per il resto completamente d’accordo sui primi posti!

E tu, cosa ne pensi?

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