Cannes 2018. Burning

Burning ***1/2

Deliveryman Jongsu is out on a job when he runs into Haemi, a girl who once lived in his neighborhood. She asks if he’d mind looking after her cat while she’s away on a trip to Africa. On her return she introduces to Jongsu an enigmatic young man named Ben, who she met during her trip. And one day Ben tells Jongsu about his most unusual hobby…

Tre personaggi in scena. Una donna e due uomini: uno ricchissimo, l’altro non ha nulla. Un triangolo amoroso imperfetto. La città e la campagna. Il fardello del passato.

Sono questi gli elementi che Lee Chang dong utilizza per il suo Burning, tratto da un racconto di Murakami, che diventa così un modo per sperimentare e distillare l’essenza di un noir purissimo, che sembra dilatarsi nello spazio e nel tempo, ma che usa questi elementi con sapienza assoluta, per costruire un crescendo drammatico che brucia lentamente, sino a ridurre tutto in cenere.

Jongsu è figlio di un contadino di provincia. Ha studiato e vorrebbe diventare scrittore, ma è ancora senza lavoro, in procinto di cominciare il suo primo romanzo.

Incontra per caso, per strada Haemi, una ragazza che abitava vicino a casa sua quando erano bambini. Lei è in procinto per partire per l’Africa, dopo aver messo da parte i suoi risparmi. Chiede così a Jongsu la cortesia di passare da casa sua per dare da mangiare al gatto in sua assenza.

Jongsu accetta. Nel piccolo appartamento di Haemi, l’atmosfera di fa subito calda. L’attrazione tra i due è evidente. Solo che la ragazza deve partire e quando ritorna, un paio di settimane dopo atterra con Ben, un ragazzo coreano conosciuto in aeroporto, durante un attacco terroristico che li ha tenuti bloccati per tre giorni in Kenya.

Ben è ricchissimo, ha una casa in centro arredata con gusto occidentale, cucina gli spaghetti, guida una Porsche Carrera 911, ascolta Miles Davis e sembra non fare assolutamente nulla nella vita.

Come dice Jongsu ad un certo punto, la Corea è piena di Gatsby. Fra i tre si crea un rapporto ambiguo e irrisolto. Quando Ben e Haemi raggiungono Jongsu nella casa paterna in campagna, il primo confida al secondo che, di tanto in tanto, una volta ogni due mesi brucia una piccola serra, scelta a caso per strada. Lo fa senza un vero motivo, solo per vedere le fiamme divampare veloci e fameliche, cancellando in un attimo il lavoro dell’uomo e della natura.

Quando però Haemi misteriosamente scompare, proprio dopo quella lunga serata assieme, Jongsu non si dà pace…

Il film di Lee è lontanissimo dal delicato e lirico Poetry, che aveva incantato molti a Cannes, otto anni fa. E’ invece un racconto crudo, che gioca con i generi, con la tensione che monta pian piano, innervando in maniera sempre più fitta, quello che sembrava solo un triangolo sentimentale, che diventa invece il romanzo di un’ossessione.

Ci sono echi invece dei suoi primi film, l’esordio Green Fish e Oasis soprattutto, che condividono con Burning uno sguardo severo e crudo sui suoi personaggi.

Emergono nelle ellissi misteriose, che interrompono la progressione degli eventi, lampi di una critica sociale davvero aspra, verso un mondo ostile e senza speranze, che sembra alimentare la rabbia del protagonista.

Le immagini del processo al padre di Jungso sono emblematiche.

Lee non fa sconti, a nessuno dei tre caratteri.

L’arricchito Ben innanzitutto, viveur oscuro e mellifluo, che nasconde troppi segreti. Non meno duro è il ritratto di Haemi, infedele, manipolatoria, disinibita, capace di inventarsi un suo mondo lontanissimo dalla realtà.

L’antieroe della sua storia dovrebbe essere lo ‘scrittore’ Jungso, ma anche lui è un personaggio ambiguo, irrisolto, che sembra sempre in bilico tra il catatonico e il remissivo. Anche se Lee sposa fino in fondo il suo punto di vista, lasciando il pubblico all’oscuro delle motivazioni e delle azioni degli altri e contravvenendo quindi alla regola aurea hitchcockiana, non si riesce davvero a parteggiare per il silenzioso Jungso.

Cupo e doloroso nella sua essenzialità, Burning è certamente un noir atipico, che alle ombre della notte preferisce le luci di taglio dell’alba e del tramonto.

Il film finisce così per accumulare una tensione, che rimane sotto traccia per troppo a lungo, per non esplodere in un finale letteralmente incediario.

Ma quello che abbiamo visto è davvero accaduto? O è il parto della mente di uno scrittore alla ricerca affannosa di una storia da raccontare? Sono le assenze e i vuoti a segnare il film Lee, le incongruenze, le coincidenze, i cerchi che non si chiudono, facendone un racconto pirandelliano sull’identità e sull’arte.

Da non perdere.

CREDITS

LEE Chang-dong – Director
OH Jung-mi – Script / Dialogue
LEE Chang-dong – Script / Dialogue
HONG Kyung-pyo – Director of Photography
KIM Hyun – Film Editor
KIM Da-won – Film Editor
SHIN Jeom-hui – Set decorator
. Mowg – Music
LEE Seung-chul – Sound

CASTING

YOO Ah-in – Jongsu
YEUN Steven – Ben
JUN Jong-seo – Haemi

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