Burning

Burning ****

Tre personaggi in scena.

Una donna e due uomini: uno è ricchissimo, l’altro non ha nulla.

Un triangolo amoroso imperfetto.

La città e la campagna. Il fardello del passato.

Sono questi gli elementi che Lee Chang dong utilizza per il suo Burning, tratto da un racconto di Murakami, che diventa negli occhi del regista coreano uno strumento per sperimentare e distillare l’essenza di un noir purissimo, che sembra dilatarsi nello spazio e nel tempo, ma che usa questi elementi con sapienza assoluta, per costruire un crescendo drammatico che brucia lentamente, sino a ridurre tutto in cenere.

Jongsu è figlio di un contadino di provincia. Ha studiato e vorrebbe diventare scrittore, ma è ancora senza lavoro, in procinto di cominciare il suo primo romanzo.

Incontra per caso, per strada, Haemi, una ragazza che abitava vicino a casa sua quando erano bambini. Lei è in procinto per partire per l’Africa, dopo aver messo da parte i suoi risparmi. Chiede così a Jongsu la cortesia di passare da casa sua, per dare da mangiare al gatto in sua assenza.

Jongsu accetta e nel piccolo appartamento di Haemi, l’atmosfera di fa subito incandescente. L’attrazione tra i due è evidente.

Solo che la ragazza deve partire e quando ritorna, un paio di settimane dopo, atterra con Ben, un ragazzo coreano conosciuto in aeroporto, durante un attacco terroristico che li ha tenuti bloccati per tre giorni in Kenya.

Ben è ricchissimo, ha una casa in centro arredata con gusto occidentale, cucina gli spaghetti, guida una Porsche Carrera 911, ascolta il jazz occidentale e sembra non fare assolutamente nulla nella vita, se non godersi una ricchezza misteriosa.

Come dice Jongsu ad un certo punto, la Corea è piena di Gatsby, di questi tempi.

Fra i tre si crea un rapporto ambiguo e irrisolto. Quando Ben e Haemi raggiungono Jongsu nella casa paterna in campagna, il primo confida al secondo che, di tanto in tanto, una volta ogni due mesi, brucia una piccola serra, scelta a caso per strada. Lo fa senza un vero motivo, solo per vedere le fiamme divampare veloci e fameliche, cancellando in un attimo il lavoro dell’uomo e della natura.

Quando però Haemi misteriosamente scompare, proprio dopo quella lunga serata assieme, Jongsu non si dà pace.

Il film di Lee è lontanissimo dal delicato e lirico Poetry, che aveva incantato molti a Cannes, otto anni fa. E’ invece un racconto crudo, che gioca con i generi, con la tensione che monta pian piano, innervando in maniera sempre più fitta, quello che sembra solo un triangolo sentimentale e invece diventa il romanzo di un’ossessione.

Ci sono echi dei primi film di Lee, l’esordio Green Fish e Oasis soprattutto, che condividono con Burning uno sguardo severo sui suoi personaggi, che vivono perfettamente in un mondo senza più coordinate morali, senza ruoli e senza obiettivi.

Persino chi viene dalla terra, dalla provincia rurale, finisce per essere travolto: si trova indifeso e impreparato, incapace di comprendere una realtà, che sfugge ad ogni principio di verità.

Le menzogne si susseguono e il quadro si fa sempre più sfocato.

Emergono, all’interno delle ellissi misteriose, che interrompono la progressione degli eventi, lampi di una critica sociale davvero aspra, verso un mondo ostile e senza speranze, che sembra alimentare la rabbia del protagonista.

Le immagini del processo al padre di Jongsu, accusato di truffa, sono emblematiche, da questo punto di vista.

Il dissoluto Ben è un burattinaio che muove gli altri a suo piacimento, che si diverte a giocare, nel teatrino della vita, una commedia feroce e senza limiti.

L’ingenuo e idealista Jongsu lo vede come il crogiolo di ogni male, confonde la gelosia sentimentale e sociale e si erge a giudice del bene e del male, in un delirio paranoico, che si carica di significati ulteriori.

Lee non fa sconti a nessuno dei tre personaggi. L’arricchito Ben innanzitutto, viveur oscuro e mellifluo, che nasconde troppi segreti. Non meno duro è il ritratto di Haemi, infedele, manipolatoria, disinibita, capace di inventarsi un suo mondo, lontanissimo dalla realtà.

L’antieroe della sua storia dovrebbe essere lo ‘scrittore‘ Jongsu, ma anche lui è un personaggio ambiguo, irrisolto, che sembra sempre in bilico tra il catatonico e il remissivo. Anche se Lee sposa fino in fondo il suo sguardo sulle cose, lasciando il pubblico all’oscuro delle motivazioni e delle azioni degli altri e contravvenendo quindi alla regola aurea hitchcockiana, non si riesce davvero a parteggiare per il silenzioso Jongsu.

Diviso in due parti, da una memorabile piano sequenza, in cui Haemi balla sfinita al tramonto, sulle note nervose e secche della tromba di Miles Davis, Burning è cupo e doloroso nella sua essenzialità.

Noir atipico, che alle ombre della notte preferisce le luci di taglio dell’alba e del tramonto, il film continua ad accumulare una tensione, che rimane sotto traccia, fino ad esplodere in un finale letteralmente incendiario.

Ma quello che abbiamo visto è davvero accaduto? O è il parto della mente di uno scrittore alla ricerca affannosa di una storia da raccontare? Sono le assenze e i vuoti a segnare il film Lee, le incongruenze, le coincidenze, i cerchi che non si chiudono, facendone un racconto pirandelliano sull’identità e sull’arte.

Capolavoro.

CREDITS

LEE Chang-dong – Director
OH Jung-mi – Script / Dialogue
LEE Chang-dong – Script / Dialogue
HONG Kyung-pyo – Director of Photography
KIM Hyun – Film Editor
KIM Da-won – Film Editor
SHIN Jeom-hui – Set decorator
. Mowg – Music
LEE Seung-chul – Sound

CASTING

YOO Ah-in – Jongsu
YEUN Steven – Ben
JUN Jong-seo – Haemi

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