Naia Thulin (Danica Curcic) e Mark Hess (Mikkel Boe Folsgaard) si ritrovano a qualche anno di distanza dall’indagine che li aveva portati a scoprire l’identità del killer noto come “l’uomo delle castagne”. Un’indagine tesa che aveva coinvolto emotivamente entrambi, spingendoli oltre i rispettivi limiti e avvicinandoli l’uno all’altra al punto da far nascere una storia sentimentale. Che sapore abbia avuto questa breve primavera non ci è dato saperlo e nemmeno intuirlo, ma quello che scopriamo è che si è interrotta bruscamente per colpa di Hess che da un giorno all’altro ha lasciato la Danimarca, Thulin e la giovane figlia della donna Le (Liva Forsberg). Per il lavoro nell’Interpol, certamente, ma forse anche per un’inquietudine esistenziale difficile da dominare, per un Dna da lupo solitario, per il riacutizzarsi di vecchie ferite (la moglie e la figlia erano morte in un incendio): in somma non abbiamo certezze, ma quello che tocchiamo con mano è l’imbarazzo, il disagio e l’iniziale freddezza tra i due che si stemperano progressivamente nel corso dell’indagine per la scomparsa di una donna perseguitata da uno stalker. L’uomo la sorvegliava da tempo, inviandole video accompagnati da una filastrocca, crudele eco di quella che nei giochi infantili accompagna il nascondino. Presa con superficialità da tutti, tranne che dai due protagonisti, l’indagine si trasforma quando viene trovato il corpo della donna ed emergono elementi che collegano il caso a un omicidio irrisolto di due anni prima, quello di una studentessa diciassettenne, la cui madre, Marie Holst (Sofie Grabol) non riesce ancora a darsi pace. L’assassino sembra giocare con le sue vittime, lasciando tracce enigmatiche legate alla filastrocca del nascondino e al nido degli uccelli, i due temi che diventano il filo conduttore degli omicidi.
La seconda stagione de L’uomo delle Castagne non prosegue il racconto della prima, la cui conclusione lasciava intravedere la possibilità di seguire Linus Bekker, problematico capro espiatorio dell’indagine, dopo la liberazione dal carcere. La scelta delle showrunner Dorte W. Høgh e Emilie Lebech Kaae è stata ripartire con una storia nuova, sulle tracce dei romanzi di Søren Sveistrup, ma espandendone l’universo emotivo e narrativo. Lo stesso Sveistrup è stato peraltro, come prassi negli ultimi anni, coinvolto attivamente nel progetto dello show.
Il collegamento tra le due stagioni va oltre i protagonisti ed è di natura estetica e tematica. Al centro della serie, al di là delle diverse curvature stagioni, c’è l’esplorazione della famiglia e dei traumi familiari che influenzano non solo i criminali, ma anche le vittime e gli stessi investigatori. Le famiglie raccontate sono quasi tutte luoghi di sofferenza, tradimenti, violenze ed esprimono con forza la perdita di valori della società danese. E’ questa perdita di valori che spiega come i giochi per bambini si siano trasformati in simboli inquietanti legati agli omicidi: la prima stagione utilizzava gli omini fatti con le castagne come firma del serial killer, la seconda trasforma la conta del nascondino da uno a dieci in un’inquietante premonizione dell’avvicinarsi della morte. Così come i simboli dell’infanzia sono diventati strumenti manipolati dall’assassino, allo stesso modo le famiglie sono state svuotate della loro forma (allargate, ridefinite o abbandonate) ed hanno perso la capacità di proteggere, soprattutto i bambini, dalla violenza sociale. Persa infatti la loro priorità nel tessuto sociale, le famiglie hanno finito per essere un volano della violenza umana più che un argine capace di respingerla.
E’ una critica radicale quella che emerge da questa seconda stagione, senza facili vie di fuga, se è vero che anche le istituzioni impegnate ad ascoltare e supportare le famiglie finiscono per avere al loro interno figure tossiche e socialmente pericolose. Perfino nel gruppo di ascolto post-traumatico si può annidare il pericolo.
In coerenza con questa visione del mondo il racconto mantiene a livello estetico il tono cupo della prima stagione, fatto di una fotografia fredda e desaturata, di una natura respingente e grigia che sembra avvolgere l’uomo senza scampo. La regia di Mikkel Serup e di Milad Alami è elegante e le inquadrature sono spesso esterne alla scena, dando l’impressione di uno sguardo distaccato, che si limita a registrare l’orrore del racconto. Un orrore quotidiano ed incalzante, che affonda nella natura sociale dell’uomo, senza possibilità di sollievo. Solo il recupero di una dimensione familiare conciliata e conciliante sembra poter dare un po’ di respiro ai protagonisti, come si evince dal finale che sfuma il senso di ineluttabilità del dolore e della violenza. Se i temi possono incutere qualche timore negli spettatori alla ricerca di un thriller adrenalinico, il ritmo incalzante e la tensione crescente non lasciano tregua, anche grazie al contributo drammaturgico di una colonna sonora capace di evidenziare i momenti di maggior tensione drammatica. Il resto lo fanno i due attori, con performance non solo convincenti, ma anche ricche di alchimia reciproca: Thulin ed Hess si intendono (o si scontrano) con un solo sguardo; il loro rapporto, fatto di parole ma anche di silenzi ha tutta la densità e la complessità delle storie d’amore irrisolte e questo rappresenta un valore aggiunto e non un limite anche per la parte investigativa. Il fatto che la loro intensità emotiva si adagi negli anfratti dell’indagine senza ostacolarla denota una scrittura non solo equilibrata, ma anche pienamente consapevole delle regole della contaminazione dei generi.
Siamo di fronte ad una seconda stagione convincente, sia a livello emotivo che investigativo e che non delude quanti hanno ritenuto la prima un ottimo esempio di thriller nordico.
TITOLO ORIGINALE: Kastanjemanden
DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 50 minuti
NUMERO DEGLI EPISODI: 6
DISTRIBUZIONE STREAMING: Netflix
GENERE: Thriller, Crime, Drama
CONSIGLIATO: a quanti sono alla ricerca di un thriller nordico compatto ed emozionante, con una parte drammatica importante, ma be equilibrata nel racconto.
SCONSIGLIATO: a quanti pensano che i protagonisti di una serie non dovrebbero mai subire le ingiurie del tempo e i colpi del fato.
VISIONI PARALLELE: Il consiglio è di leggere i libri da cui è tratta la serie, scritti da Soren Sveistrup e pubblicati in Italia da Rizzoli.
UN’IMMAGINE: lo sguardo in macchina di Hess, con le due iridi di colore diverso (eterocromia) è un vero manifesto della serie, uno sguardo che mette a disagio lo spettatore, una visione in cui il reale e l’ideale appaiono inconciliabili, il tentativo di raccontare un mondo frammentato che delude le nostre aspettative.

