Spider-Man: Brand New Day **1/2
Alla fine di No Way Home, Peter Parker convince Doctor Strange a cancellare il ricordo della sua doppia identità dalla memoria di tutti, compresa la compagna MJ e l’amico di sempre Ned.
Quattro anni dopo l’amichevole Spider-Man di quartiere sta ancora cercando di comprendere le conseguenze del suo sacrificio.
Senza più il conforto e la saggezza di zia May, senza MJ e Ned, che sono andati avanti senza di lui, laureandosi al MIT di Boston, Peter si ritrova senza radici, senza obiettivi e senza bussola in un universo riordinato, ma che per lui rimane confuso e monodirezionale.
Schiacciato sulla sua identità di supereroe di quartiere, si dedica giorno e notte alla lotta contro il crimine, ma l’emergere sempre più forte del suo DNA aracnide, lo porta a nuovi dolorosi scompensi ormonali.
E così quando anche la dimensione da vendicatore/protettore diventata totalizzante subisce i contraccolpi della tempesta emotiva in corso, che coincide con la scoperta che MJ e Ned sono tornati nella Grande Mela, tutto il suo piccolo mondo sembra crollare.
A dargli una mano sono rimasti Bruce Banner a cui chiede spiegazioni su un meccanismo che inibisce l’emergere di Hulk e l’ambiguo Frank Castle/The Punisher, una sorta di vigilante senza scrupoli che non si interroga mai sui limiti, sui mezzi e sul senso della sua lotta al crimine.
Nel frattempo una forza invisibile, capace di penetrare nella mente di chiunque e di alterarne la volontà, sembra essere il pericolo più grande in città per i burocrati della Damage Control, che custodiscono in un caveau impenetrabile il segreto di un esperimento che non riescono ancora a controllare.
Nel tentativo di tornare ad essere la forza trainante del cinema popolare americano come negli anni ’10, Kevin Feige e la Marvel si affidano al loro personaggio più iconico. Decidono però di sostituire Jon Watts, a cui dobbiamo il tono leggero e scanzonato dell’ultima trilogia dell’uomo ragno, con l’anonimo Destin Daniel Cretton di cui si ricordano solo l’esordio indie Short Term 12 con Brie Larson, e il confusionario Shang-Chi.
Su suggerimento di Zendaya Justin Kuritzkes (Challengers, Queer) riscrive il copione degli sceneggiatori storici Chris McKenna e Erik Sommers, che nei primi due atti vibra di malinconia e sensibilità post-adolescenziale, costruendo il ritratto di un giovane che ha perso la propria identità più autentica, conservando solo quella con cui tutti lo riconoscono.
Dopo gli anni spensierati della scuola, che hanno coinciso con la grande avventura della scoperta dei poteri e delle responsabilità, ma anche dell’amore e dell’amicizia, la dimensione pubblica e per così dire “lavorativa” è totalizzante: senza più amici, senza più affetti, solo al mondo con la sua assistente vocale e i suoi criminali da consegnare alla polizia, invisibile al mondo, nonostante sia sempre al centro dell’attenzione, Peter è un giovane uomo perduto.
Incapace di dimenticare il passato e immobilizzato in un eterno presente da cui non riesce a scorgere nessun plausibile futuro.
Il film evita la scorciatoia del riconoscimento improvviso o della memoria ritrovata. Anche il nuovo incontro e la confessione/rivelazione a MJ cadono nel vuoto. Peter resta l’unico custode della loro storia, mentre per la ragazza quell’incontro possiede il valore di una conoscenza qualsiasi. È probabilmente il passaggio più doloroso dell’intero racconto, perché costringe il protagonista ad accettare che il sacrificio compiuto alla fine del film precedente abbia davvero modificato il corso delle vite che voleva proteggere.
Il reset imposto alla storia dall’incantesimo di Strange, dovrebbe spingere Peter un nuovo inizio, ma il risultato è invece molto lontano da quello immaginato.
E’ un peccato tuttavia che a questa dimensione sentimentale, il film debba alternare una trama action, con l’introduzione di un personaggio iconico della Marvel, qui in una veste completamente nuova, che pure è tratteggiato in modo competente e credibile, ma finisce un po’ troppo in secondo piano, emergendo appieno solo nel lungo terzo atto, costruito all’interno del bunker della Damage Control, quando buoni e cattivi si scambiano i ruoli e l’istinto di Spider-Man non riesce a comprendere le ragioni e i motivi di ciascuno.
Dal punto di vista spettacolare Cretton dimostra una solidità superiore a quella mostrata in Shang-Chi. Il contributo del regista della seconda unità Peng Zhang è evidente soprattutto nelle sequenze che coinvolgono la Mano, probabilmente le più riuscite dell’intero film. Gli scontri possiedono una fisicità rara per gli standard Marvel recenti, mentre anche il tradizionale volteggiare tra i grattacieli ritrova una leggerezza visiva che sembrava essersi perduta negli ultimi capitoli.
Gli attori, in particolare Holland e Zendaya, cinque anni dopo No Way Home, acquistano una gravitas e una maturità che certamente aiuta ad empatizzare con i loro personaggi. Jon Bernthal, Mark Ruffalo e Florence Pugh giocano perfettamente i loro ruolo di comprimari, mentre emerge nella seconda parte la talentuosa Sadie Sink, già per distacco la migliore nel gruppo di Stranger Things, qui alle prese con un personaggio che non riveleremo, ma che è probabile avrà vita lunga nell’universo cinematografico Marvel.
Il film debutta con l’annuncio di incassi da record.
Se Marvel cercava un rilancio dopo troppi anni di tentativi sbagliati e confusi, il ritorno al suo personaggio iconico – una sorta di coperta di Linus per i momenti difficili – è certamente riuscito, nella misura in cui il fan service ha lasciato il posto ad un lavoro maturo, psicologicamente complesso, certamente sentito.
