Lucky: quando la libertà vale più di una valigia con dieci milioni di dollari

Lucky **

Lucky Armstrong è una ragazza poco fortunata perché le hanno sottratto un sogno. Lucky è stata derubata e prima ancora drogata da suo marito Cary Masterson al termine della notte più bella della sua vita. Solo poche ore prima i due festeggiavano sul tetto del mitico Caesars Palace Hotel & Casino di Las Vegas. Sembrava la vigilia di una partenza a lungo desiderata, un viaggio di sola andata per mettersi alle spalle il passato e allontanarsi definitivamente da una madre (lui) e un padre (lei) estremamente ingombranti. Il futuro di entrambi doveva essere all’estero, destinazione Caraibi.Ma il mattino spazza via le illusioni di Lucky. La valigia che contiene dieci milioni di dollari non c’è più. Cary è scappato portando con sé il bottino. La storia si fa complicata, perché quei soldi non appartengono né a Lucky né a Cary. E ora chi li ha guadagnati illecitamente, il truffatore e criminale sanguinario Wayne Whittaker, li vorrebbe indietro.

Inizia così Lucky, una serie in sette episodi di AppleTv che vanta un cast d’eccezione soprattutto sul fronte femminile. Le due protagoniste donne, Luciana “Lucky” Armstrong e Priscilla Masterson, sono interpretate rispettivamente dalla star Anya Taylor-Joy che, Peaky Blinders a parte, all’alba dei suoi trent’anni torna in un ruolo centrale dopo il successo di The Queen’s Gambit, e dalla veterana, sempre convincente Annette Bening, quest’ultima alla seconda apparizione seriale del 2026 dopo Dutton Ranch, il sequel di Yellowstone distribuito nel maggio scorso da Paramount. Per completare il quadro di donne costrette a combattere l’un contro l’altra armate, nei panni dell’agente dell’FBI Billie Rand ritroviamo una tostissima , trascinante Aunjuanue Ellis madre-coraggio (l’attivista Sharonne Salaam) in When They See Us di Ava DuVernay del 2019.

Lucky sa di essere braccata. La polizia la vuole in galera. Priscilla, cioè la madre di Cary, deve riprendere i soldi per conto di Whittaker. A sua volta Lucky avrebbe tanta voglia di fare quattro chiacchiere con l’adorato maritino, che però si è dato alla macchia. Abilissima a fuggire, a mentire, a circuire il prossimo con ogni tipo di tecnica manipolativa, la ragazza risponde a un’unica legge, quella della sopravvivenza. E per tutta la vita, in effetti, non ha fatto altro che reggere il copione del padre John, un tempo gregario di Whittaker, tentando di restare a galla. L’annegamento non è una solo una metafora. Il suo sogno ricorrente è la trasfigurazione di un episodio d’infanzia traumatico che si svela pienamente nel finale.

Nel terzo episodio la destrezza di Lucky è raccontata con accenti quasi comici, quando, a corto di liquidità e nuovamente in fuga, riesce a introdursi con disarmante facilità nella villa di una coppia sconosciuta (e ricchissima) durante una festa di compleanno per bambini. Ne uscirà al volante di un suv con addosso un vestito da sera, scarpe e accessori da vera signora, piena di soldi raccattati dalle borsette generosamente dimenticate sui divani del salotto di casa. Ogni azione della protagonista è accompagnata da un ricordo. Riaffiorano alla memoria gli insegnamenti del padre. Addestramenti a rubare, a cavarsela, a raggirare il prossimo. Tenere d’occhio i biglietti non attaccati ai pacchi regalo, ad esempio, è un esercizio essenziale…

Un punto di forza della serie sono i dialoghi. Precisi e drammatici in senso tecnico, ovvero esplicativi di interazioni familiari complicate e da tempo ormai compromesse, i dialoghi contribuiscono a riscostruire gli antefatti della trama principale e a delineare le singole personalità.

I contesti non sono elementi secondari, né di puro contorno. La casa in riva all’oceano che ospita il confronto tra Cary e Lucky è un non-luogo estivo, segno e sintomo di un’esistenza non pienamente realizzata. Il ranch di Priscilla è una falsa fortezza, espugnata prima da Lucky in incognito e poi dall’agente Rand che le promette un futuro dietro le sbarre. Nel fast food anonimo e poi nella camera di motel, inevitabili snodi fisici e simbolici di ogni viaggio on the road in salsa americana, si consuma la separazione tra padre e figlia.

Quando John pronuncia la frase il cielo è il limite per noi… Lucky capisce che il padre appena uscito di galera e scampato a morte quasi certa non ha imparato la lezione. Proverà a sfilarle i soldi per cominciare l’ennesimo capitolo della sua vita randagia. John Armstrong è interpretato da Timothy Olyphant (Justified, Daisy Jones & The Six). Nella catena di furti passa per essere il colpevole, benché la truffa sui biocombustibili sia frutto dell’intraprendenza criminale di Whittaker. I ricordi di John, le rivelazioni sulla sua estrazione proletaria (gente che si spaccava la schiena per quattro dollari, un predicatore farabutto, l’ingenuità dell’America profonda) e quindi la spiegazione dovuta alla figlia sul movente di rancore che lo spinse a diventare un piccolo fuorilegge, fanno da premessa al suo ravvedimento, un discorso fatto di parole a cui Lucky ovviamente non può abboccare.

I personaggi di Lucky, anche quando vivono nel lusso come Wayne e Priscilla, non hanno in mano nulla che gli appartenga di diritto. La ricchezza coincide sempre con il furto. E il furto è perpetrato ai danni della collettività. Inoltre, sono figure tremendamente sole, incapaci di amare, neglette, incapaci di assumersi responsabilità. La serie, tratta da un romanzo di Marissa Stapley, esaspera i tratti morali dell’individualismo, legandoli all’infelicità costitutiva dei protagonisti principali. Ognuno di loro persegue un fine assoluto, come se il mondo non avesse alcun orizzonte al di fuori di questo.

In Lucky i figli odiano i genitori per motivi facilmente comprensibili. Cary fugge da sua madre, che l’ha sempre considerato un inetto (“a trent’anni ha ancora paura dei ragni”). Lucky ha perso l’infanzia a causa degli azzardi di suo padre, al tavolo da gioco e non solo. Anche l’agente Billie Rand sa di aver sottratto tempo prezioso a una persona cara per andare fino in fondo alle sue indagini.

Durante l’interrogatorio in commissariato John tenta la carta del senso di colpa. La virtuosa Billie dovrebbe riconoscere di essere stata una madre crudele ed egoista, non diversamente da altri, non diversamente da un padre degenere come lui. L’agente Rand ammette di sentire il peso del giudizio su di sé (l’episodio dell’incontro fortuito tra Lucky e la figlia di Billie costituisci uno dei picchi emotivi della serie), poi mette in chiaro che la differenza tra loro due, cioè tra la guardia e il ladro, è netta. Rand non metterebbe mai a repentaglio l’incolumità di sua figlia, il vecchio Armstrong invece lo ha fatto di continuo. E se Lucky deve fare da cavia per incastrare definitivamente Whittaker, le responsabilità non sono della poliziotta.

Tra i personaggi secondari Dutch assume un rilievo particolare. Dutch è la guardia del corpo tuttofare di Priscilla e occasionalmente anche il suo confessore. L’empatia tra mostri consiste in gesti innaturali, non parole umane, abbracci o ascolto, bensì una pistola prestata, nell’atto di sfogare con veemenza il dolore (la scena del tiro al bersaglio ci regala un Annette Bening al suo meglio).

Per interpretare lo spietato bodyguard la produzione ha chiamato il solido Clifton Craig Collins Jr., attore visto in molti film nei quali, generalmente, gioca il ruolo del cattivo o del disperato. Tra questi si possono ricordare Traffic, Truman Capote – A sangue freddo e The Experiment. Di Dutch non riusciamo a sapere granché e forse è meglio così. Bastano e avanzano le sue prodezze da killer consumato, vedasi il tragico scambio di persona, con gli annessi e connessi che ne conseguono. Non ci viene risparmiato nulla del momento-tortura, né a noi né a Lucky che in quel momento osserva la scena nascosta nella stalla dei cavalli e immagina che potrebbe finire i suoi giorni allo stesso modo. Piccolo corollario da tenere presente, soprattutto se il vostro dirimpettaio falsifica passaporti: mai accettare di aprire la porta di casa quando bussano Priscilla e Dutch…

Restando sul versante degli attori maschili, Cary è interpretato da Drew Starkey, volto noto della serie Outer Banks e protagonista insieme a Daniel Craig di Queer di Luca Guadagnino. La figura di Cary si inserisce nel filone, ormai esplorato in tante produzioni, della fragilità maschile. Vittima sacrificale e anello debole della famiglia, abbandonato fin dalla nascita da un padre invisibile (facile però intuirne l’identità), Cary nutre desideri di rivalsa che non riesce a concretizzare in reali azioni di vendetta. Starkey è bravissimo nel caratterizzare un personaggio distrutto dalla totale assenza di amore materno e per questo, in un gioco di specchi psicanalitico piuttosto semplice da decifrare, incapace di darne.

William Fichtner (Prison Break, Mom) è Wayne Whittaker, anima nera della serie. Puparo occulto di molteplici truffe, uomo ombra perennemente assetato di denaro, Whittaker svolge un ruolo da pivot nella serie (il must del ladro derubato) e, a ben vedere, la sua ingordigia antisistemica potrebbe indurre a qualche spunto di riflessione sociale in più. Comunque Wayne, per quanto funzionale allo sviluppo del racconto, risulta una figura compressa e messa ai margini dell’arco narrativo e, quantomeno in termini di minutaggio, sprecata. Mo McRae (Sons of Anarchy, Big Little Lies) interpreta l’agente Eli Gates, il partner professionale di Billie Rand, poliziotto integerrimo e quindi dal destino segnato. Ero un marines, rivela a John Armstrong prima di ricevere una pallottola in pancia dagli scagnozzi di Wayne. Evidentemente l’America di Lucky è più pericolosa dell’Afghanistan.

Il dualismo Taylor-Joy / Bening funziona, con un pizzico di rimpianto pensando a quanto avrebbe potuto rendere l’archeologia criminale di Priscilla, se gli autori avessero deciso di portare alla luce qualcosa in più. Entrambe, sia la giovane che la veterana, meritano di essere giudicate a pari merito le regine della serie. Ad ogni modo, Lucky è principalmente la storia della ragazza, una storia di affrancamento dal passato, di crescita, di liberazione. Taylor-Joy, indubbiamente versatile, restituisce le molte sfaccetature del suo personaggio con estrema naturalezza. Lucky ruba, fugge, piange, ama, si infuria, seduce, raggira, infine trionfa.

D’altro canto, l’attrice di American Beauty entra bene nel suo personaggio, rendendone perfettamente l’ambiguità, la meschinità e la disperazione. Perché il leitmotiv di Lucky è il seguente: ognuna ruba qualcosa al prossimo, a volte prendendosi tutto, ed è questa l’unico modo di relazionarsi al prossimo, parenticompresi, in un mondo allo sbando.

Lucky sceglie la libertà e abbandona dieci milioni di dollari dietro di sé. Nulla di nuovo sotto il sole. Sono temi rimasticati e oggetto di ampia rivisitazione in ogni tempo e in ogni luogo. La serie ricicla stereotipi, comunque con una certa eleganza. Nonostante molti passaggi previsti e scontati, Lucky si fa guardare fino alla fine, grazie a uno script che scorre e al grande cast. Un tocco di classe ce lo regala Fiona Apple, che firma la canzone dei titoli di testa (la colonna sonora invece è di Isabella Summers, tastierista di Florence and The Machine). I was born in the horns of a bull. Mica facile fermare chi è nata tra le corna di un toro.

Titolo originale: Lucky

Numero di episodi: 7

Durata:50 minuti l’uno

Distribuzione Apple Tv+

Uscita negli USA: Luglio – Agosto 2026

Genere: Action, Thriller, Drama

Consigliato a chi: adora gli orsacchiotti parlanti, non ha paura dei serpenti a sonagli, non va mai in giro senza un accendino zippo in tasca.

Sconsigliato a chi: non conosce le proprietà del cavolo verde, ha perso una festa di compleanno per un volo cancellato, non ha mai vinto al gratta e vinci.

Letture e ascolti paralleli:

  • Per ogni trucco riuscito c’è sempre un bug interno al sistema: Dan Davies, L’arte della truffa. Come le frodi più famose della storia rivelano il funzionamento del nostro mondo, Il Saggiatore (2019);
  • Quanta desolazione e quanta speranza nascondono le comunità isolate? E come si diventa padri di figli altrui? Willy Vlautin, Nessuno al posto giusto, Jimenez (2026).
  • A proposito di esistenze smarrite e di storie indecifrabili: La scomparsa di Maura Murray.Uno dei più grandi misteri d’America. Podcast disponibile su Spotify.

Una perla di saggezza: “Se te ne stai preoccupando, probabilmente è perché non c’è di che preoccuparsi”.

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