Esordio nel lungometraggio per Tommaso Landucci, I figli della scimmia debutta a Orizzonti e conquista a fine Mostra il premio per la migliore sceneggiatura e per il miglior interprete.
In una Torino livida e grigia come ce l’aspetteremmo in un film degli anni ’60, Riccardo Scamarcio è Dario il padre di un bambino gravemente disabile.
Lo vediamo fargli il bagno giocosamente, accompagnarlo a scuola, a fisioterapia e in piscina. Tutta la sua vita e quella di sua moglie è dedicata alla cura necessaria di Enrico.
Nel frattempo il nipote Giacomo, figlio di suo fratello Roberto, vive i conflitti e le passioni di ogni adolescente: la prima ragazza, il rapporto con i genitori che si incrina quando il rendimento scolastico cala, la passione per il motocross condivisa con lo zio che spinge i due a vedersi sempre più spesso.
Il film di Landucci racconta lo smarrimento di un padre di fronte al dolore. La cura che il figlio richiede a lui e alla moglie è assoluta e continua, ma nonostante l’amore incondizionato, il peso della solitudine finisce per disgregare ogni altro spazio familiare.
La centralità della malattia si prende ogni momento privato. Quando invece Dario scopre nel nipote un’anima affine alla sua, lontana dalla rigidità del fratello Roberto, è entusiasta di prendere il ragazzo sotto la sua ala.
Senza moralismi e senza ipocrisie Dario vive una sorta di paternità nuova con il nipote, ne condivide i segreti, i sentimenti, le passioni, mentre le sue assenze e le sue distrazioni logorano il rapporto con la moglie, sempre teso sul filo di un impegno che può essere solo totale e totalizzante.
I figli della scimmia è un film doloroso, per molti versi chiuso, che sta dalla parte di chi ha avuto dalla vita la più dura delle prove. Scamarcio, mai così severo sullo schermo, ne fa il ritratto di un uomo imperfetto, che si illude per un attimo di poter evadere dal ruolo che la storia ha voluto per lui, ma che alla fine non scappa, non si sottrae, in un finale che circolarmente ci riporta alla scena iniziale.
La messa in scena è essenziale, dignitosa, asciutta. La direzione degli attori competente e matura, la scrittura non ha derive melò, nè incidenti fatali.
Sentito.

