Legends è una produzione Netflix ambientata nella Gran Bretagna dei primi anni ‘90 e racconta l’incredibile storia (vera) di un’operazione sotto copertura pianificata dalla Dogana britannica per incastrare il principale cartello della droga presente nel Regno Unito. Per riuscire a penetrare nelle reti del narcotraffico, le Dogane di Sua Maestà non usano agenti speciali super addestrati, ma reclutano normali impiegati e funzionari d’ufficio senza nulla da perdere, se non la loro monotona routine quotidiana. Dopo una brevissima formazione di tre settimane, Guy (Tom Burke), Kate (Hayley Squires), Bailey (Aml Ameen) e Jasmine (Erin) vengono catapultati in un mondo criminale pericolosissimo e in gran parte sconosciuto. Li guida l’esperto Don (Steve Coogan) che ha il sostegno e la fiducia incondizionata di Mr. Blake (Douglas Hodge), carismatico direttore delle investigazioni doganali. Questi agenti improvvisati devono conquistare la fiducia dei boss turchi e di quelli inglesi, sfruttando un’identità parallela, la loro “leggenda” appunto. Più l’operazione prosegue e si complica, più il confine tra la finzione e la realtà si assottiglia e i protagonisti rischiano di perdere il controllo delle nuove identità, mettendo così a rischio la propria incolumità e quella delle rispettive famiglie.
Ci troviamo immersi in un contesto storico ben definito e raccontato con cura: siamo all’inizio degli anni ’90, alla fine degli undici anni di governo conservatore guidato da Margaret Thatcher (1979-1990). E’ un periodo difficile per la Lady di Ferro e travagliato per la Gran Bretagna, contrariata dall’’introduzione di nuove tasse (l’odiata e indiscriminata Community Charge), divisa sul livello di integrazione da raggiungere con l’Unione Europea, impoverita dal rialzo dell’inflazione e dalla crescente disoccupazione; non ultimo, ferita dal repentino diffondersi del consumo di droga in tutto in tutti gli strati sociali.
La lotta al narcotraffico appare il canto del cigno del governo conservatore e assume i tratti di una battaglia necessaria per mantenere consenso nel proprio elettorato e sperare così di poter continuare a governare, magari con un altro primo ministro, come in effetti successe con John Major, meno divisivo e più conciliante della signora Thatcher. La capacità di descrivere questo periodo in modo realistico offre allo spettatore la sensazione di non essere di fronte ad un racconto costruito a tavolino da abili sceneggiatori, ma a qualcosa che ha il sapore della realtà. E così in effetti avviene, dato che il racconto si basa sulla storia vera degli agenti doganali britannici e del loro silenzioso lavoro a supporto della polizia e dell’Interpool. Il tono realistico del racconto e la descrizione della crisi sociale, con l’ampio spazio dato alle periferie di Liverpool e di Londra, è peraltro un tratto acquisito dal cinema impegnato britannico, che viene qui sfruttato al servizio di un racconto teso e dal ritmo incalzante, con poche pause. Non ci sono divagazioni, ma tutta l’attenzione è concentrata sui fatti, sviluppati dapprima su due fronti distinti, Londra e Liverpool, e poi con un unico orizzonte investigativo a seguito dell’accordo tra i boss turchi e britannici per importare nel Paese un carico di oltre 2 tonnellate di droga.
Il tratto comune ai protagonisti è il loro non essere professionisti, pur possedendo l’inclinazione e le qualità proprie del mestiere, con in più la feroce determinazione propria di chi sa di giocarsi tutto, senza altre occasioni. Sono risorse ad alto potenziale che, come spesso accade nelle grandi strutture burocratizzate, non sono mai state riconosciute per il loro valore.
Per lo spettatore è facile immedesimarsi nella frustrazione, nel desiderio di cambiare vita e al contempo nella paura con cui la squadra di Don affronta in solitudine situazioni rischiose. Il racconto di agenti segreti che non rispecchiano il modello glamour della tradizione è ampiamente diffuso negli ultimi anni e ha avuto diverse efficaci rappresentazioni, tra cui la serie Slow Horses (Apple TV+). La differenza è che qui i protagonisti non hanno compiuto errori grossolani e non soffrono di dipendenze, non hanno parenti scomodi né hanno pestato i piedi alle persone sbagliate: sono cioè in tutto e per tutto persone comuni in cui, banalmente, nessuno ha mai creduto fino in fondo. Forse la sceneggiatura avrebbe potuto lavorare per dar loro qualche tratto di personalità in più, ma la scelta di restare ancorati all’azione non lasciava spazio ad approfondimenti caratteriali. C’è un altro elemento che rende Guy e compagni vicini allo spettatore: la mancanza di gratitudine per il lavoro fatto; come spesso accade sul lavoro, chi ha fatto il grosso resta nell’ombra e assiste al riconoscimento pubblico di chi non solo non ha partecipato al progetto, ma nemmeno ne ha colto l’onerosità.
Tom Burke nei panni di Guy e Steve Coogan in quelli del suo mentore, Don, riescono al meglio a incarnare la complessa semplicità di questi agenti doganali prestati allo spionaggio, la loro energia interiore che covava, trattenuta a stento, sotto la cenere della routine quotidiana,. La sfida era quella di rendere credibili i cambiamenti del personaggio nel passaggio dall’identità reale alla sua “leggenda”, senza interpretazioni sopra le righe, ma trasmettendo il progressivo incremento del peso psicologico che la gestione della duplice identità comporta.
Ci riescono tutti, con interpretazioni intense, naturalistiche, che richiamano quelle di un docu-drama più che di un action tradizionale. In questo sono aiutati dalla qualità dei dialoghi, dal tono realistico, saltuariamente smussati da un poco di humor per alleggerire la tensione. La scrittura di Neil Forsyth evita di raccontare percorsi lineari di eroismo, ma piuttosto descrive errori, incomprensioni e colpi di fortuna, conferendo alla narrazione realismo e al contempo tenendo alta la tensione. La regia adotta – e non potrebbe essere diversamente – un tono sobrio, utilizzando la camera con discrezione e sfruttando una luce il più possibile naturale, evitando quindi estetizzazioni, anche durante le trasferte in altri Paesi, come l’Afghanistan. Le transizioni sono realizzate con tagli lenti, cioè con un montaggio che tende a garantire il più possibile continuità e coerenza visiva.
Legends riesce così a configurarsi come un solido prodotto di intrattenimento, con un forte appeal per quanti sono alla ricerca di una visione che, pur senza approfondimenti psicologici o morali, abbia una base storica e un’identità narrativa ben precisa.
TITOLO ORIGINALE: Legends
DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 60 minuti
NUMERO DEGLI EPISODI: 7
DISTRIBUZIONE STREAMING: Netflix
GENERE: Spy, Drug Crime, Drama
CONSIGLIATO: a quanti cercano una spy story compatta, realistica, storicamente collocata.
SCONSIGLIATO: a quanti cercano un prodotto originale o di introspezione psicologica: l’azione qui ha decisamente la priorità.
VISIONI PARALLELE: sempre in Inghilterra, sempre di spie trattasi. Slow Horses è una delle serie Apple Original di maggior successo di pubblico e critica. Racconta le indagini di un gruppo di spie declassate dall’MI6 per inefficienza, problemi relazionali o di dipendenze e collocate nella sede distaccata del Pantano, agli ordini del burbero e impresentabile Jackson Lamb (Gary Oldman). Il loro desiderio di rivalsa li porterà, attraverso situazioni pericolose e grottesche, a rendersi utili, anche se in modo disfunzionale rispetto al sistema …
UN’IMMAGINE: il dialogo tra Guy e Bailey in cui sintetizzano il senso del loro impegno: “Questo lavoro ti scava dentro … tira fuori cose che non pensavi di avere” inizia Guy. Gli fa eco il compagno: “Già. Il peggio, certe volte. Ma anche il meglio.”
Una conversazione che sancisce il rispetto tra due caratteri spesso in contrasto durante le attività operative, riassume il valore di un’esperienza di crescita per ciascuno dei protagonisti e chiosa l’operazione condotta con successo dalla squadra di Don.

