Mariano Guerra è un medico del 118 in una Torino livida e nebbiosa.
Nel 2008 riceve una convocazione dalla Procura di Buenos Aires. Trent’anni prima era stato prigioniero a Garage Olimpo, per oltre due anni.
Il processo contro i responsabili delle atrocità nei confronti degli studenti e dei giovani dissidenti politici è finalmente cominciato e la sua testimonianza potrebbe essere decisiva per condannarli.
Mariano però è riluttante, pieno di dubbi, forse intimorito nel riaprire una pagina così dolorosa della sua vita. La figlia lo spinge a partire.
All’aeroporto in Argentina, in un van che lo accompagna agli alloggi scelti dalla Procura, ritrova alcuni compagni di un tempo, che manifestano subito ostilità nei suoi confronti.
La figlia di un’altra compagna perduta molti anni prima, Muñeca, si fa viva al residence dove alloggiano, chiedendo informazioni sulla madre che non ha mai conosciuto.
Alle udienze, Mariano riconosce nel pubblico il Dottor K, il responsabile medico di Garage Olimpo, sotto la cui ala ha trascorso quei due anni di prigionia, sottoposto a violenze e torture psicologiche che riemergono ancora nel presente, in modo lancinante.
Il Dottor K è ora uno stimato pediatra, libero e mai coinvolto dai processi.
“Mariano non sono io”. Marco Bechis ci tiene a mettere una distanza di sicurezza tra la sua esperienza a Garage Olimpo e quella del suo protagonista.
Tuttavia dopo il suo capolavoro politico del 1999, che raccontava una delle carceri clandestine più disumane negli anni della dittatura militare, il regista torna a parlare dei desaparecidos, questa volta dalla parte dei sopravvissuti.
Rimanere vivi. Sì, ma come, sembra ricordarci Bechis.
Essere riusciti a tornare a casa è già di per sé una colpa, di fronte all’orrore degli altri corpi abusati e devastati dalle torture, gettati in mare dagli aerei. Ma per Mariano la colpa si accompagna alla vergogna di aver tradito i suoi compagni di un tempo, di non aver retto agli interrogatori, alle scosse elettrice, agli stupri.
Nel suo ruolo di aiutante medico, è stato testimone diretto delle torture, delle rianimazioni, del penthotal somministrato a coloro che sarebbe poi finiti nell’oceano. In qualche modo, è stato involontario complice di quei due anni di orrore, plagiato e ridotto a un cane fedele dal Dottor K.
Rivivere quel trauma, riportare alla luce quella vergogna vuol dire per il protagonista venire a patti anche con la propria debolezza, con il proprio desiderio di sopravvivenza, con il trauma che era rimasto sepolto troppo a lungo.
Memorabile la scena in cui Mariano, accompagnato dalla figlia di Muñeca entra di nuovo dentro Garage Olimpo: i muri delle minuscole celle sono stati abbattuti, ma sul pavimento rimangono le tracce di quei loculi dell’orrore.
Adriano Giannini, in un ruolo tormentato e fisico, è al centro di un cast diretto con grande generosità. I fantasmi del passato abitano la realtà del suo Mariano, fino all’incontro imprevedibile con il suo carceriere.
Non c’è salvezza nella sopravvivenza sembra dirci Bechis, ma è piuttosto la testimonianza a dare un senso al dolore provato, evitando che la Storia seppellisca crimini e memoria.
E la sua storia e il suo cinema ne sono esempio tra i più limpidi e disarmanti.
Da non perdere.

