Venezia 2026. Un bon avocat

Un bon avocat **1/2

Léo Landry è un avvocato che vive sull’orlo del precipizio. Lo vediamo entrare in aula al mattino senza aver dormito, dopo aver concluso la sua lunga notte con una striscia di coca e una vodka doppia al pepe.

In aula si divide tra due clienti a capo di organizzazioni criminali dedite al traffico di cocaina. Al secondo passaggio d’aula, crolla miseramente a terra, in overdose.

Dopo tre settimane di rehab, sceglie un improbabile praticante di nome Noé e si fa accompagnare sulla sua vecchia golf, dai suoi clienti in carcere: l’albanese Dritan, il congolese Caleb Draza. Se il primo non vuole più vederlo, il secondo gli dice che il fratello Firmin, che lavora a Kolwei, in una pompa di benzina della multinazionale Varenna, ha bisogno di lui.

Tra una settimana è fissata la sua udienza penale per possesso e spaccio di droga e a rischio c’è la sua carriera d’avvocato. Sceglie di farsi assistere dalla presidente dell’Ordine, Iris Saint-Didier, con cui ha avuto una storia in passato.

Solo che quest’ultima è impegnatissima a difendere proprio la CEO di Varenna dalle accuse di aver sostenuto i sanguinari ribelli congolesi, e si rifiuta.

Léo ha però un asso nella manica. Firmin Draza potrebbe testimoniare in favore di Varenna, che pure l’ha licenziato, in cambio di una notevole somma di denaro. Con questa leva, in un caso di grande rilievo, vorrebbe spingere Iris ad accettare la sua difesa personale.

Il piano evidentemente si complica, qualcuno fa il doppio gioco e le vecchie tentazioni e i vecchi clienti, trascinano a fondo Léo ancora una volta.

L’unico che gli rimane accanto è Noé il suo praticante, catapultato in una settimana sulle montagne russe.

Il film di Séguéla, prodotto da Netflix, è un tour de force per Laurent Lafitte, che il film non abbandona mai per un istante e che occupa ogni spazio narrativo come nel più classico dei film di genere.

Un bon avocat limita lo spazio processuale ad un paio di occasioni, dopo l’elettrico incipit, preferendo i ritmi adrenalinici del thriller professionale.

La sceneggiatura fila come un treno ad alta velocità, il montaggio la asseconda, senza mai una sosta, Séguéla e Lafitte sembrano divertirsi un mondo, alla loro terza collaborazione.

La plausibilità del racconto cede talvolta allo spettacolo, ma il film è brillante, divertito, con dialoghi puntualissimi e una morale chiara: il vero villain sorride in tailleur e fa le proposte più oscene sorseggiando champagne in “cene cassaforte”, mentre gli avvocati cercano il modo per giustificare e difendere in aula, ogni nefandezza.

Il quadro della giustizia francese è assai diverso da quello che emerge da opere come Saint Omer, La corte Anatomia di una caduta. Ma in questo caso non è il realismo a prevalere quanto l’esigenza di dare colore al ritratto di un protagonista, dalla caduta alla rinascita, professionale e personale, secondo il più classico dei viaggi dell’anti-eroe.

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