Digger

Digger **1/2

I loghi bianchi su fondo nero di Warner e Legendary lasciano spazio ad un cielo stellato che pian piano si trasforma nelle profondità marine, da dove risalgono bolle preoccupanti.

È l’alba di una brumosa mattina di ottobre nella tenuta principesca di Digger Rockwell, magnate del petrolio che trivella senza sosta in Alaska come in Groenlandia, incurante dei moniti dei suoi studiosi. La sua unica preoccupazione è l’anziana gattina Maggie, ormai in fin di vita.

Compson, il presidente degli Stati Uniti, minaccia di convocare nella sua villa un gabinetto di emergenza e quando lo raggiungono il Dott. Ganesh, il capo della sicurezza ambientale delle sue società, e la sorella Emma, che guida una società del gruppo che si occupa sostanzialmente di greenwashing, Digger capisce che questa volta l’ha combinata grossa.

Un iceberg, soprannominato Judy, si è staccato dai ghiacciai della Groendlandia, dove il magnate ha una sua base di trivellazione per il metano, e si dirige verso le coste europee, minacciando distruzione, tsunami e terremoti in appena tre giorni.

Il presidente non sembra intenzionato a farsi carico dei guai provocati da Digger, ha un tumore maligno e l’unica strategia che immagina con i suoi collaboratori si chiama Firewall, un sistema per controllare la narrazione, eliminando dalle comunicazioni social tutto ciò che richiama Judy e la sua potenziale carica distruttiva. In un momento di intimità il presidente confessa a Digger il tormento della malattia.

A questo punto il film di Iñárritu trova il primo dei suoi inattesi colpi di scena, mettendo la storia a cui stiamo assistendo in una cornice che piano piano ci chiama direttamente in causa. Non diremo di più per non rovinarvi la sorpresa, ma quella che appariva una farsa grottesca e sopra le righe, diventa qualcosa di più sottile, che prosegue il discorso che il regista ha cominciato con Birdman e continuato con Bardo.

La realtà e la sua rappresentazione sono territori limitrofi, si sovrappongono e si scambiano, in un cortocircuito di senso che ci conduce a nuove ipotesi e nuovi approdi personali e collettivi.

Digger è un film che racconta l’apocalisse della crisi ambientale in cui viviamo e che cerchiamo in ogni modo di occultare nei recessi della nostra mente. Tuttavia la posizione di Iñárritu e dei suoi sceneggiatori è decisamente originale. Se la condanna di un capitalismo talmente vorace ed egoista da spingere alla sua autodistruzione, è immersa nei toni della satira più sferzante e massimalista, pian piano il film insinua il dubbio che anche i nostri comportamenti individuali in fondo non siano che un’implicita conferma al continuo sfruttamento incondizionato delle risorse naturali del pianeta.

In questo senso la lunga arringa di Digger davanti ai politici ingrigiti e vocianti del Consiglio d’Europa, che sembrano arrivare direttamente da un film di Roy Andersson, è il momento più esplicito del film. Il magnate gioca all’attacco, indossando sino in fondo la maschera del bad guy tarantolato che fa il lavoro sporco per la comodità di tutti gli altri e se ne assume la paternità, saltando sui banchi e tenendo a bada la folla come un domatore di fronte alla sua fiera.

Il finale raddoppia l’intenzione di Iñárritu, ma sarebbe un peccato rivelarlo.

Non meno centrale nei temi del film è il ruolo della rappresentazione, della narrazione, della percezione.

Al culmine dello sconforto il Prof. Ganesh sbotta “No, la percezione non è la realtà!” e sembra quasi di sentire il regista stesso dietro questo grido di dolore.

Mentre tutti si preoccupano di come appariranno di fronte al tribunale della pubblica opinione, la realtà percorre altre strade, assai più diritte. E il ruolo stesso della rappresentazione drammatica, del teatro come della narrativa o del cinema non serve a chiarire responsabilità o a offrire un argine morale, quanto piuttosto a favorire sovente solo un’indignazione facile e populista, una catarsi che è come un balsamo leggero e innocuo.

Come ricorda uno dei personaggi del film, “lo spettacolo si fa per intrattenere”. Le intenzioni, i motivi, gli accenti sono del tutto indifferenti.

Il pessimismo di Iñárritu va a braccetto con la sua ambizione smisurata: la catastrofe è imminente e inevitabile, la narrazione dominante, anche quella più critica, ci illude di conoscere quello che è giusto fare, appaga la nostra falsa coscienza, senza però davvero impegnarci a modificare i nostri comportamenti e le nostre preferenze.

Digger non fa ridere, è un film cupissimo, disperato, che racconta la catastrofe da un futuro prossimo in cui tutto è già accaduto e l’unica cosa che possiamo fare è mettere in scena l’ultimo momento in cui avrebbe potuto essere evitata, convincendoci che la colpa aveva un nome e un volto precisi.

Iñárritu ci chiama in causa direttamente, ci mette di fronte a uno spettacolo funebre e non ci manda a casa assolti.

Lo fa prendendo a prestito il volto e il corpo del più celebre attore americano degli ultimi 40 anni, occultandoli dietro al trucco, alle protesi, agli abiti goffi di uno di quegli uomini che hanno così tanto potere da non accettare mai un “no” come risposta.

Accanto a lui spreca un cast sensazionale, in cui ciascuno brilla per un tempo troppo limitato: Sandra Hüller nei panni della sorella ecologista, Riz Ahmed in quelli dello scienziato venduto al capitale, John Goodman in una rappresentazione terminale dell’ego trumpiano, Michael Stuhlbarg nel ruolo del vicepresidente ragionevole e, per questo, debole.

Jesse Plemons è il misterioso Kenny: come spesso accade, il suo sembra un personaggio confuso sullo sfondo, ma quando prende il centro della scena riesce a essere contemporaneamente inquietante e tenero. A lui Iñárritu affida, in un certo senso, la chiave interpretativa del film.

Il lavoro di Lubezki è come sempre sensazionale, ma molto diverso dalla fluidità naturalista dei suoi capolavori del passato. Alle prese con la pellicola e il formato Vista Vision ha scelto con il regista di svuotare l’incarnato degli attori di ogni segno di vita, dipingendone ritratti di un grigio pallido, prossimo alla morte.

Il film è immerso in una luce chiarissima, teatrale, che esalta fin dall’incipit bucolico il lavoro davvero impareggiabile dello scenografo Dennis Gassner, della costumista Jaqueline West e del compositore Cosmo Sheldrake, capaci di creare un universo narrativo coerente, compatto e assolutamente originale – fasullo e verosimile al contempo – perfetto far entrare i personaggi nello spazio scenico, senza nascondere la macchina spettacolare e i suoi trucchi.

Le prime stroncature, le polemiche e il probabile disinteresse del pubblico americano, sembrano il preludio di una disfatta, ma Iñárritu non è regista che si lasci impressionare dai primi responsi a caldo.

Pur in un film cerebrale e teorico, in cui alcune scelte suonano stonate ed altre rimangono oscure, il suo talento magniloquente trova il modo di emergere. Digger farà discutere animatamente il suo pubblico:  ma non è in fondo questo l’obiettivo che il cinema di Iñárritu ha sempre perseguito?

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