Maggie Gyllenhaal e la sua giuria hanno scelto Woman Unknown dell’unica regista donna del concorso come Leone d’Oro di Venezia 83.
Il film racconta la storia di una bambinaia che sta per sposare un ricco industriale proprio alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nascondendo nel suo passato il collaborazionismo con i nazisti e difendendolo ad ogni costo.
Il film evidentemente racconta il peso della guerra sul corpo delle donne, ma si sceglie una protagonista che cerca soprattutto di sopravvivere, senza mai affrontare le proprie responsabilità.
La regista ha ricordato che il suo film parla delle storie di “donne invisibili, senza voce” e che l’ha realizzato con l’obiettivo di “illuminare le donne della nostra storia” e “mi sembra di esserci riuscita”.
May El Toukhy ha infine ringraziato la presidente della giuria Maggie Gyllenhaal per “battersi contro la mancanza di pari opportunità per le registe nel nostro settore”. Certo che dirlo con uno dei più prestigiosi premi cinematografici tra le mani suona un po’ curioso.
Come molti altri presidenti prima di lei, Gyllenhaal mi pare abbia voluto firmare un palmares complessivamente buono con uno statement ideologico.
In modo sorprendente e rompendo una regola rispettata da molti anni in tutti i festival maggiori, che di solito impedisce al film vincitore del Leone di aggiudicarsi altri premi, a Woman Unknown è stata attribuita anche la Coppa Volpi.
Nessun italiano a premi, come non accadeva dal 2018. In questo tempo sono arrivati tuttavia quattro Leoni d’Argento con Sorrentino, Guadagnino, Garrone, Del Pero, il premio speciale a Maresco, Frammartino e Rosi e le Coppe Volpi a Luca Marinelli, Pierfrancesco Favino e Toni Servillo. Non mi sembrano pochi riconoscimenti in otto anni. Questa volta, nonostante i soliti 5 film in gara – troppi – è toccato ad altri.
I premi di per sé non dicono nulla. I film presentati invece sì. I migliori sono stati i veterani Moretti e Bechis, bene De Angelis, ma il suo film non è per tutti i palati, mentre sugli altri due meglio stendere un velo pietoso. Tuttavia quello che conta di più è il fatto che il cinema italiano era completamente assente a Cannes e Berlino, segno che qualcosa si è inceppato e che la produzione nazionale, per anni veramente eccessiva, deve ricalibrarsi, scegliendo meglio e investendo di più sul talento.
Il Gran Premio della Giuria premia il magnifico lavoro di Lee Chang-dong, Possible Love. Un racconto sul lavoro, le differenze sociali, le relazioni di coppia, in una Corea in cui la cultura del lavoro permea le vite di tutti in modo soffocante.
Il Leone d’Argento per la migliore regia va al russo Ilya Khrzhanovsky, per il monumentale DAU, certamente il lavoro più audace e ricercato dal punto di vista registico, in un festival in cui ha prevalso spesso la direzione degli attori, la precisione della scrittura. Il regista ha dedicato il premio agli ucraini e alla loro libertà, spazzando via tutte le polemiche della vigilia.
Le Coppe Volpi vanno all’impareggiabile John Malkovich per Wild Horse Nine – mai premio assegnato meglio – e a Mathilde Arcel per Woman Unknown, che francamente non abbiamo amato per nulla.
Il premio per la sceneggiatura va a Un Bon Petit Soldat di Brizé.
Mi pare giusto il premio della giuria a NAZA, documentario politico di due coraggiosissimi registi israeliani, ma il cui rilievo è più chiaramente giornalistico che non cinematografico.
Il Mastroianni va a Malou Khebizi per la paziente ribelle di 15/18 di Kahn, ambientato in un reparto psichiatrico.
Nella sezione Orizzonti doppio premio per I figli della scimmia di Tommaso Landucci, per la sceneggiatura e l’interpretazione di Riccardo Scamarcio, mentre il miglior film è Un détour par Diane.
Come scrive Valerio Sammarco su Cinematografo: “La scelta di assegnare (il Leone) a Woman Unknown, che rimane tra l’altro un film bello e importante, fa vertere l’ago “politico” della bilancia su un’altra questione, quella femminile, che ha sicuramente bisogno di attenzione, ma ecco, insomma, come dire, forse attualmente nel mondo c’è di peggio rispetto al gender gap cinematografico.”
Pocoo spazio a Venezia sui media americani. Indiewire sottolinea che il palmares aumenta le chance di Malkovich e di Wild Horse Nine per gli Oscar, aiuta NAZA dei due documentaristi israeliani, già premiati tre anni fa con No Other Land e spinge Possible Love di Lee nella categoria dei miglior film stranieri. Il Leone d’Oro non ha distribuzione americana ed anche se da quest’anno entra di diritto nella categoria del miglior film straniero, è difficile che possa avere opportunità. Lo stesso vale per Mathilde Arcel, la sua attrice. Se c’è un’interprete europea che quest’anno ha fatto sensazione quella è Sandra Huller.
Leone d’Oro: WOMAN UNKNOWN di May El Toukhy
Leone d’Argento Gran Premio Speciale della Giuria: POSSIBLE LOVE di Lee Chang-dong
Leone d’Argento per la migliore regia: Ilya Khrzhanovsky per DAU
Coppa Volpi al miglior attore: John Malkovich per WILD HORSE NINE
Coppa Volpi alla migliore attrice: Mathilde Arcel per WOMAN UNKNOWN
Migliore sceneggiatura: Stéphane Brizé, Coralie Amédéo, Olivier Gorce per UN BON PETIT SOLDAT
Premio della Giuria: NAZA di Yuval Abraham, Rachel Szor
Premio Mastroianni al miglior giovane attore: Malou Khebizi per 15/18 – A PLACE OT HEAL
Leone del futuro Venezia Opera Prima Luigi de Laurentiis: LA MAISON DU VENT di Auguste Bernard Kouemo Yanghu
Orizzonti
Premio Orizzonti: UN DÉTOUR PAR DIANE di Ann Sirot e Raphaël Balboni
Premio Speciale della Giuria: LA MAISON DU VENT di Auguste Bernard Kouemo Yanghu
Migliore regia: Jacqueline Lentzou per il film MIA MERA STI ZOI TIS TZO: KEFALAIO FAIDRA (A DAY IN THE LIFE OF JO: CHAPTER PHAEDRA)
Miglior attore: Riccardo Scamarcio per I FIGLI DELLA SCIMMIA
Migliore attrice: Laleh Marzban per MORAGHEB (FALLING HOUSE)
Migliore sceneggiatura: Tommaso Landucci e Damiano Femfert per I FIGLI DELLA SCIMMIA

