L’assicurazione Amali ha commissionato un nuovo video aziendale che incentivi i migliori laureati a fare domanda per un impiego presso la compagnia.
Il risultato è al centro di una riunione dei vertici aziendali con il CEO Arnaud.
Il filmato comprende anche una serie di lavoratori disabili e severamente minorati, mostrando il volto di un’assicurazione inclusiva, impegnata, catalizzatrice di progresso.
Tutti i manager si dichiarano entusiasti, compresa la nuova responsabile delle risorse umane, l’italiana Carla Moretti. Proprio a lei Arnaud rivolge bruscamente una domanda: ma lei lavorerebbe volentieri con un tetraplegico, come si vede nel filmato? Con gente senza gambe o braccia?
Il suo giudizio è drastico: “il filmato mi mette i brividi, mi viene voglia di impiccarmi, il politicamente corretto non mi interessa“. L’obiettivo della compagnia deve essere spingere i giovani di talento a lavorare con noi, l’azienda si giudica dai risultati non dalla morale.
Bisogna rifare tutto da capo.
Subito dopo entriamo nel mondo di Carla: in video call con la sua psicologa da New York, che la rassicura; quindi con il figlio Louis, che fa le elementari ed ha qualche problema in matematica, che il marito Olivier, da cui Carla si è separata, cerca di minimizzare.
Le telefonate e le chiacchierate online punteggiano l’intera esistenza della protagonista. In ufficio 24/7 utilizza quello strumento per fare tutto il resto.
E’ lei il bon petit soldat del titolo.
Accanto alle riprese e all’ideazione del claim per il nuovo video, Carla deve affrontare un’impiegata riluttante a partecipare alle esercitazioni di wellness aziendale. Scoprirà che è mobbizzata dalla sua responsabile. Un’altra impiegata ha registrato una conversazione pesantissima e brutale tra le due che potrebbe esporre la responsabile e l’azienda stessa, proprio quando cerca di attrarre nuovo personale.
Il confronto con il capo dell’HR non risolve nulla, perché mentre la responsabile sotto accusa ha spinto il suo team a overperformare, la mobbizzata ha performance solo ordinarie. Carla decide di prendere l’iniziativa, mettendo la responsabile di fronte ai suoi eccessi e offrendo alla lavoratrice vessata di spostarsi in un nuovo reparto. Imprevedibilmente, quest’ultima rifiuta.
In un incontro con il CEO Arnaud, quest’ultimo deciderà di risolvere il problema alla radice: dopo una durissima reprimenda, anche le scelte di Carla sono sotto osservazione.
Nel frattempo il figlio Louis, che fatica a mantenere voti d’eccellenza, chiede che sia il padre a occuparsi di lui a tempo pieno.
Nel cinema di Stéphane Brizé il lavoro è diventato progressivamente il luogo in cui si misura la tenuta morale dell’individuo. Con Vincent Lindon ha costruito una delle collaborazioni più fertili del cinema francese contemporaneo, raccontando proprio la centralità del lavoro e le sue derive.
La trilogia composta da La legge del mercato (2015), In guerra (2018) e Un altro mondo (2021), di cui Un bon petit soldat appare come un nuovo quarto capitolo, nasce quasi per caso: Brizé ha riconosciuto la forma del trittico soltanto alla fine del terzo film. Il primo capitolo segue Thierry, disoccupato di lunga durata costretto ad accettare un impiego da sorvegliante, dove la necessità di lavorare lo obbliga persino a controllare altri lavoratori. Lindon porta nel volto di Thierry tutta la stanchezza di una classe sociale alla quale il mercato ha sottratto perfino la possibilità di scegliere.
In In guerra la prospettiva si allarga: Lindon è Laurent, operaio e sindacalista che combatte contro la chiusura della fabbrica, mentre il conflitto sociale diventa una vera e propria battaglia di posizione. La macchina da presa di Brizé, esattamente come accade in Un bon petit soldat, registra riunioni, assemblee, trattative e negoziati con un realismo quasi documentario, lasciando che siano le parole a costituire l’essenza dell’azione. Con Un altro mondo il punto di vista abbraccia l’altro lato della barricata: Lindon interpreta Philippe, dirigente industriale incaricato di applicare un nuovo piano di licenziamenti.
Anche questa volta, Lindon interpreta un rozzo e brutale CEO. La protagonista di questa storia è tuttavia Carla, interpretata da Alba Rohrwacher, in tutte le sue insicurezze e in tutte le sue paure.
Non è più tempo di fare la cosa giusta. La performance è l’unica cosa che conta. Basta schiacciare un pulsante per trasformare una persona con il suo temperamento, la sua storia, i suoi obiettivi, in un numero che monitora freddamente la sua produttività.
Quando cala, all’azienda non serve più. Il passato non conta, quello che ci interessa è l’efficienza di oggi.
Il quartetto dei film di Brizé compone così una sorta di mappa morale del capitalismo contemporaneo: il lavoratore espulso, quello che resiste, il dirigente chiamato a diventare l’esecutore di decisioni che non condivide, la manager delle risorse umane che non ha più scelta, anche se qualcuno le suggerisce che sarebbe meglio parlare di “ricchezza umana”.
Brizé evita il pamphlet attraverso una rigorosa attenzione alle procedure, ai linguaggi aziendali, alle gerarchie e alla concretezza delle situazioni. Per costruire i suoi film incontra lavoratori, dirigenti e sindacalisti, trasformando testimonianze e osservazione diretta in materia narrativa.
La sua idea di realismo passa anche dagli interpreti non professionisti, accostati ai suoi attori senza gerarchie, dentro scene che conservano l’imprevedibilità della vita reale.
Questa volta Brizé sceglie un registro che non si nega neppure derive da commedia surreale, non meno significative, rispetto alla complessità del quadro aziendale che vuole dipingere.
L’ossessione di Carla per i voti scolastici del figlio ancora piccolo, che il padre invece accompagna a giocare e a divertirsi nei weekend, mostra come il personaggio abbia assorbito senza possibilità di eccezioni la logica produttiva, pretendendo anche per il suo bambino gli stessi standard che le aziende applicano ai loro lavoratori. Il rendimento non può scendere, pena l’espulsione da quel sistema che lei – forse anche in modo inconsapevole – continua ad alimentare.
Il risultato sarà un’esclusione così dolorosa, che per un attimo sembra spingere Carla a mettere in discussione i propri valori. Ma forse è solo un momento di vuoto, durante un meeting aziendale.
Se Rohrwacher interpreta il solito personaggio represso, trattenuto, incapace di prendere una decisione, sempre più paralizzato nelle sue paure, come mostra nell’ultima scena, è Lindon, nella sua consueta recitazione fisica, a rimanere il corpo d’elezione attraverso cui il cinema di Brizé registra la pressione esercitata dalle strutture economiche sull’esistenza privata, nonostante appaia in solo quattro scene.
Alla fine Un bon petit soldat è il ritratto di un mondo nel quale ogni posizione comporta una diversa forma di solitudine e nel quale la dignità personale – diversamente da quanto accadeva nei tre lavori precedenti – non è più neppure un tema all’ordine del giorno.
Da non perdere.

