The Echo Chamber *
Riprendendo un soggetto inedito di Bernardo Bertolucci, evidentemente molto personale e intimo, Andrea Pallaoro torna per la terza volta in concorso alla Mostra di Venezia con questo deludentissimo The Echo Chamber, che perpetua il suo cinema dilatato, chiuso, tutto di attori e introspezione, capace di fiaccare le resistenze dei più bendisposti.
Il protagonista è Leo, un producer musicale italiano che vive a Londra da molti anni. Sta lavorando al nuovo disco di una celebre interprete, Ava May, da tempo lontana dalle scene.
Afflitto da un’ernia dolorosissima che non gli dà tregua, conosce la fisioterapista Anne, che gli procura nuovi antidolorifici e oppiacei da cui diventa ben presto dipendente, fino all’overdose che precede i titoli di testa.
Ritornato a casa, dopo tre mesi di rehab, si rimette al lavoro mentre in un lungo flashback viene ricostruito il suo rapporto con Anne, che diventa la sua amante, la sua confidente, il suo medico e che lo spia rimanendo nascosta più volte nella grande casa che Leo abita.
Il film si dilunga oltre ogni limite di sopportazione, dilatando un soggetto che sarebbe stato sufficiente forse per un cortometraggio e che qui occupa quasi novanta minuti. Negli ultimi dieci il film tuttavia affonda del tutto, introducendo l’ennesimo incidente fatale del cinema italiano, che prelude a una delle scene erotiche più inutili e mal dirette dell’intero cinema italiano.
Bernardo perdonali, se puoi.
Pallaoro continua a occupare spazi troppo più grandi del suo talento, come già Monica dimostrava chiaramente: The Echo Chamber è insopportabile, fastidioso, ammorbato dalla solita inconsistente Alicia Vikander e da un Luca Marinelli che sembra recitare col pilota automatico.
La cura della confezione, il decor, la fotografia di Diego Garcia e le musiche originali di Clément Ducol contribuiscono al lussuoso spreco.
Da dimenticare.
