Il survival horror ideato nel 1996 da Shinji Mikami e Tokuro Fujiwara per Capcom incontra l’horror contemporaneo grazie all’intuizione di Sony di affidarne il reboot al lanciatissimo Zach Cregger (Weapons, Barbarian).
Il risultato spazza via in un colpo la lunga serie cinematografica che tra il 2002 e il 2016 ha visto Milla Jovovich indossare i panni e le armi della protagonista Alice.
Il titolo originale del gioco per Playstation era Biohazard e anche per chi è digiuno dei meccanismi e delle storie della saga, orientarsi nel nuovo sveltissimo film di Cregger è immediato.
Bryan, il giovane corriere di materiale medico e farmaceutico protagonista della storia, ha appena scoperto che la sua compagna è incinta.
Titubante e preoccupato, consegna in ospedale un involucro rosso, che probabilmente contiene organi per un trapianto.
Qui gli viene affidata una nuova consegna, pagata il doppio: invece di raggiungere Michelle e discutere con lei se tenere il bimbo, deve andare in montagna verso l’immaginaria Raccoon City, con un pacco verde di particolare importanza.
Sulla strada innevata investe una donna sbucata dal nulla, che tornerà a inseguirlo per tutto il film. Come si rispetti in ogni survival game, Bryan dovrà affrontare nuove prove, attraversare ambienti diversi e battersi contro pericoli sempre più incredibili: un cane rabbioso, una casa apparentemente abbandonata, un tunnel ostruito da un camper in cui è rimasta solo una bambina, quindi Raccoon City infestata da un’orda di uomini e donne contagiati da un misterioso virus, rilasciato per sbaglio dai laboratori della Umbrella Corp.
Cregger sembra abbandonare per una volta l’universo coerente creato con i suoi film precedenti, ingaggiando un corpo a corpo con altre derive del cinema di genere contemporaneo e classico.
Recupera sapientemente la musica elettronica à la Carpenter, la ibrida con l’ironia feroce e splatter di Raimi, cita sapientemente le soggettive e i p.o.v. videoludici quasi solo per ricordarci l’origine del racconto, non ha timore di abbracciare la poetica del nuovo body horror di Coralie Fargeat, ma senza farci la morale, costruendo un’avventura surreale, girata tutta in una notte, come se il suo protagonista fosse un fratello del Griffin Dunne di Fuori orario.
Il film si sposta puntualmente di livello in livello, usa il jump scare in continuazione, sfruttando le coordinate di genere in modo intelligente: ci si dimentica presto che il percorso a ostacoli è di quelli rigidamente prestabiliti, anche grazie all’istinto di sopravvivenza del suo improbabile protagonista, Austin Abrams, già visto in Euphoria e in Weapons. Per lui la notte sarà un viaggio di consapevolezza e di formazione: il nerd pauroso e imbelle dell’inizio, uomo senza qualità, conquista sicurezze, determinazione, impara a usare le armi e a difendersi, senza mai perdere ironia e umanità. Pian piano conquista il suo pubblico, fino all’apocalittico finale.
E’ curioso notare come la possibile paternità e con essa le possibili nuove responsabilità familiari lo precipitino dentro un incubo che affronta quasi sempre da solo, borbottando e imprecando, ogni volta che miracolosamente riesce a scampare alla morte e al contagio, per adempiere al suo compito: consegnare la borsa verde.
Il film è scritto da Cregger assieme a Shay Hatten, a cui dobbiamo gli ultimi John Wick, oltre a Rebel Moon e Army of the Dead di Snyder. I due qui sembrano divertirsi un mondo, allestendo un percorso a ostacoli pieno di easter eggs – i lucchetti, le scale – in cui le parole sono ridotte a zero e contano solo la costruzione della tensione e lo spavento.
La prima mezz’ora è quella più efficace, con il protagonista che passo dopo passo, fendendo una tempesta di neve, si trova a fare i conti con l’inspiegabile, mentre le sue preoccupazioni familiari si eclissano, la tensione cresce sempre di più e le scelte di Bryan si fanno sempre più errate.
Il regista va dritto al punto, si fida del genere, lo rispetta e lo conosce, non vuole farne un veicolo di ragionamenti diversi, anche se gli spunti – dalla paternità al contagio – per un racconto metaforico e politico più vicino al cinema di Romero ci sarebbero anche, ma preferisce imbastire uno spettacolo senza cascami e senza lezioni.
Il film è croccante, rapido, brillante, pur mantenendo un tono generalmente leggero e scanzonato. Cregger ha peraltro tagliato molte battute dopo un primo test, perché il film era sin troppo divertente.
La versione che arriva nelle sale è piuttosto equilibrata e gustosa. Il pubblico che ha affollato le sale facendone il miglior esordio della saga, pare aver apprezzato molto.



