Venezia 2026. Bunker

Bunker **1/2

Il terzo film per il cinema del commediografo francese Florian Zeller nasce da un copione scritto per l’occasione e non da un suo precedente lavoro teatrale, ma nella storia di Bunker restano evidenti i segni di una scrittura per la scena: il rispetto quasi assoluto delle tre unità, la scelta di raccontare tutta la storia in un tre interni diversi – la casa, lo studio di lui e l’ufficio di lei – e il ruolo simbolico che la grande casa familiare dei due protagonisti viene ad assumere nell’economia del racconto.

Bunker è la storia di Miguel Moreno, celebrato architetto spagnolo che da un lustro si è trasferito a Londra. Con lei la moglie Sofia, editor che si è dovuta reinventare in una nuova casa editrice inglese e le loro figlie, Lucia e Rosa.

Una mattina nel muro del loro giardino compare un buco. Il vicino di casa vuole installare una finestra in quello che era originariamente un garage, per renderlo abitabile. Il quartiere completamente gentrificato è pieno di ville e giardini eleganti, ma qualcuno che ci è nato e ci ha sempre vissuto si rifiuta di abbandonarlo, dopo tutto.

Nel frattempo un giovane scrittore americano è impegnato nell’attività promozionale nella capitale inglese, per il suo nuovo libro pubblicato dall’editore per cui lavora Sofia, mentre un eccentrico miliardario dell’high-tech propone a Miguel di costruire un enorme bunker per lui e altre trenta persone alle Hawaii.

Questa proposta economicamente faraonica e ideologicamente ributtante per le implicazioni sociali che sottende, finisce per allontanare Miguel – forse disponibile ad accettare l’incarico – e Sofia che lo considera un’assurdità disumana.

Il tentativo di risolvere bonariamente le questioni con il vicino di casa, non sembrano portare i frutti sperati e improvvisamente Blue, il bellissimo gatto di casa, sparisce per una settimana.

Zeller lavora sostanzialmente a una nuova pièce che cerca di mettere la coppia dei suoi personaggi in una posizione nuova e scomoda, non solo l’uno contro l’altra, ma anche rispetto ai temi della modernità: il ruolo della tecnologia dominante e la paura del futuro, le minacce ecologiche, il divario sociale in aumento, l’ossessione per la sicurezza e l’incapacità di empatizzare con chi vive attorno a noi.

Il paradosso supremo è proprio quello dell’innominato magnate, un uomo che ha costruito la sua fortuna sull’idea di connettere le persone ossessionato dall’idea ci mantenere il suo potere isolandosi sotto terra, purché però sia possibile mantenere la “catena di comando”.

Sofia è probabilmente più attenta a cogliere le contraddizioni del mondo in cui vive, mentre Miguel sembra in qualche modo disposto ad assecondarle. Emblematico è il modo con cui cerca di gestire la piccola crisi con il vicino, poi essenziale e imprevedibile salvatore nel convulso finale.

Il film non nega l’impianto teatrale così familiare al suo regista e cerca di trarne gli elementi di forza. Zeller si concentra sulla direzione degli attori, assecondandone la complicità e il talento, immergendoli negli spazi impeccabili e un po’ algidi della loro grande casa “di rappresentanza” e in quelli altrettanto nobili della casa editrice e dello studio di Miguel.

L’unico elemento dissonante nel film è il vicino interpretato dal solito magnifico Stephen Graham. Non è un caso che il film cominci con una crepa che si allarga sempre di più a colpi di mazzetta, fino a trasformarsi in uno squarcio nella proprietà dei Moreno e simbolicamente anche nella loro vita.

Eppure proprio da quello squarcio, da quella ferita arriverà imprevedibilmente la loro salvezza.

Il film di Zeller è ansioso di dire le cose giuste nel modo giusto e spesso ci riesce, lasciando tuttavia il dubbio di un’operazione troppo costruita e troppo cercata, in cui tutto appare controllatissimo e sorvegliato e i personaggi non hanno mai modo di prendere vita.

 

 

 

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