Venezia 2026. Woman Unknown

Woman Unknown **

Nella Danimarca liberata, immediatamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la bambinaia Marie è promessa sposa a Christian Lind, facoltoso imprenditore che possiede una fabbrica di guanti.

Lind è vedovo e ha una bimba ancora piccola. Nello stesso edificio vive la Sig.ra Borg, che ha appena partorito e a cui Marie dà ancora una mano, ogni tanto.

Sul tram che dovrebbe portarla dal sarto, per farsi accomodare l’abito da sposa appartenuto alla prima moglie di Christian, Marie incontra Karl, un giovane che riemerge dal suo oscuro passato e dagli anni della guerra. Karl sa cose che la donna vorrebbe dimenticare.

Nel frattempo la resistenza sta cercando di smascherare i collaborazionisti, uomini e donne che negli anni dell’occupazione hanno stretto amicizie, amori e affari con i tedeschi.

Quando una mattina una svastica compare sul portone di casa dei Lind, la situazione precipita.

La regista danese di origini egiziane May el-Thouky, al suo terzo film di finzione, ma nota soprattutto per aver girato un pugno di episodi per la serie The Crown, sceglie di raccontare una storia di guerra, usando come campo di battaglia il corpo della sua protagonista.

Marie è una donna che ha attraversato gli anni dell’occupazione con spirito di sopravvivenza. Il suo corpo, le sua sessualità ne portano i segni vivi nella carne. Quelle gocce di morfina che è costretta a prendere per anestetizzare il dolore sono un manifesto della sua volontà.

Ora ha l’occasione di una vita, sposando un uomo rispettabile, severo, che ha aiutato la resistenza e ha già una bambina da crescere.

Quando il passato con le sue colpe e le sue ambiguità viene a bussare alla porta, ecco che si rimettono in moto le delazioni, i sospetti, le verità nascoste che prima Marie subisce e poi utilizza a suo vantaggio, con spregiudicatezza e determinazione.

La protagonista, e noi con lei, assistiamo un paio di volte a episodi in cui le donne che hanno avuto relazioni con i tedeschi, le tyskerpiger “ragazze tedesche”, o feltmadrasser, “materassi da campo”, vengono rasate in pubblico e spogliate. Negli archivi pubblici saranno appunto classificate come “women unknown“.

Il film di May el-Thouky, pur animato dalle buone intenzioni femministe, perpetua lo stereotipo delle donne vittime, schiacciando la protagonista in un ruolo da cui evidentemente cerca in tutti i modi di emanciparsi.

Il risultato paradossale e ideologicamente disturbante è quello di dipingere a tinte fosche i resistenti danesi che vogliono evitare che i soliti conformisti, collusi con gli occupanti, si riciclino nella nuova Danimarca libera: compaiono così svastiche rosse alle porte e sui corpi di chi si è macchiato di connivenze col nemico e alle donne di regime viene applicata una gogna pubblica che curiosamente le fa assomigliare a streghe pronte per il rogo.

Un ritratto così critico e a senso unico della resistenza farà forse felici i neofascisti che avanzano in tutta Europa.

La regista vorrebbe probabilmente mettere in scena un’eroina vilipesa e maltrattata, mentre in realtà Marie assomiglia di più a una donna scaltra e senza scrupoli, collaborazionista prima e delatrice poi, che continua a navigare a vista nelle occasioni della guerra.

Diventa difficile empatizzare con lei o quantomeno giustificarla, soprattutto alla fine quando, per allontanare i sospetti da sé, si macchia della morte di un’innocente, ma è certamente possibile comprendere il suo istinto di sopravvivenza, unica bussola contro tutto e tutti.

Il film è severo, scandinavo nel senso più tetro del termine, livido nei colori e rigido nelle posture e negli atteggiamenti, quasi tutto girato in interni.

Il tema del collaborazionismo è stato centrale anche a Cannes, soprattutto nel francese Notre salut. Le vendette sommarie della resistenza alla fine del conflitto, hanno riempito gli studi degli storici revisionisti non solo italiani. Woman Unknown li affronta privilegiando il ritratto privato, piuttosto che la sua dimensione pubblica. Solo in uno scambio di battute col futuro marito, Marie mette in discussione i diversi livelli di connivenza con l’invasore tedesco: come ha scritto Luigi Locatelli “collaborazionista è stato solo chi si è apertamente schierato col nemico? O anche chi, come lo stesso Christian e altri imprenditori, ha continuato sotto l’occupazione a produrre e fare affari, magari con gli stessi tedeschi? Anche se magari finanziava in parallelo anche la resistenza in modo da assicurarsi a fine guerra l’impunità? E ancora: che dire di quella larga zona grigia di danesi che non hanno collaborato ma neanche hanno resistito cercando semplicemente di sopravvivere? Anche loro hanno delle responsabilità o vanno assolti?”.

May El Toukhy preferisce invece far emergere un sottotesto femminista, secondo cui le vere vittime del collaborazionismo (e della guerra) sarebbero state del donne, durante e dopo il conflitto.

L’ambiguità ideologica del film pesa e inquina il ritratto di Marie, che avrebbe avuto bisogno di un rigore diverso, evitando una curiosa eterogenesi dei fini.

Sugli stessi temi molto più stratificato e commovente mi è parso La ragazza d’autunno di Balagov, capace di raccontare l’atrocità della guerra sul corpo delle donne con una complessità e un dolore che qui sono sostituiti dalla rigidità di un racconto a tesi.

Resta l’ottima interpretazione di Mathilde Arcel, l’unica che mi pare credere ai motivi e alla resilienza del suo personaggio.

Irrisolto.

Generossimi Leone d’Oro e Coppa Volpi a Venezia 83.

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