Notre Salut – A Man of His Time *
Dopo il pedofilo gentile di Gentle Monster di Marie Kreutzer ecco il fascista gentile di Notre Salut di Emmanuel Marre: la selezione francese a Cannes 79 lascia francamente sbalorditi.
Il giovane regista, al suo secondo film dopo Rien à foutre che era alla Semaine nel 2021, decide di sfogliare l’album di famiglia e raccontare la storia del bisnonno Henri, imprenditore fallito, economista e patriota giustamente ignorato dalla Storia, che trova riparo e fortuna nel governo fantoccio di Vichy, nel corso degli anni ’40.
Marre invece sceglie di dargli lustro, importanza, centralità assoluta, riportando alla luce una storia che avrebbe dovuto rimanere nell’ombra della vergogna. “Un uomo del suo tempo”, secondo il titolo internazionale: non solo l’idea non ha senso perché di opportunisti è piena la cronaca, ma avremmo fatto a meno del ritratto di una figura così opaca, un personaggio la cui parabola rimane desolatamente piatta nel corso del film. Non ci sono processi trasformativi che lo riguardano, nulla sembra davvero interessarlo, muoverlo, colpirlo, se non la semplice confortevole sopravvivenza, a dispetto di tutto.
Francia 1940. Dopo la rapida sconfitta contro i nazisti, il nord del Paese viene occupato direttamente dalle truppe tedesche e il sud amministrato dal maresciallo Pétain.
Henri Marre, dopo aver dilapidato l’eredità e il patrimonio della moglie, cerca un ruolo al ministero dell’economia, pubblicando a sue spese il pamphlet Notre Salut, un manifesto conservatore talmente entusiasta del governo collaborazionista che qualcuno lo avvisa fin dalla prima scena di moderare i toni, per non sembrare stupido o doppiogiochista.
Rifiutato dal ministro per le sue pendenze giudiziarie viene dirottato a Limoges, dove sotto il dicastero del lavoro di Maux, un cattolico assai meno infervorato di lui, si occupa dell’ufficio per la lotta alla disoccupazione.
L’incontro con le parti sociali è tragicomico per la vaghezza dei suoi propositi, ma la sua ottusità non conosce limiti.
Pian piano si fa largo nei ranghi della nuova burocrazia, con la tetragona sicurezza dell’idiota, riuscendo a ricongiungersi con moglie e i figli.
Quando i tedeschi cominciano a rastrellare gli ebrei, da bravo funzionario del Male, autorizza la fornitura di benzina e carri, solo un po’ meno di quelli necessari. Alle preoccupazioni di Maux risponde: “non siamo direttamente responsabili”.
Quando scopre che uno dei suoi ha acquistato paglia e pentole per rendere meno infernale la deportazione sui treni merce, algidamente gli ricorda le sanzioni per le spese non autorizzate.
Persino la moglie lo lascia, consapevole del suo ruolo e della sua ottusità malata.
Quando crolla anche l’impostura di Pétain va a Parigi al congresso dei “patrioti” che vorrebbero un’Europa a guida tedesca, ma la notizia dello sbarco in Normandia coglie lui e gli altri impauriti e impreparati, con l’unica prospettiva di combattere o fuggire in Spagna. Nel frattempo da bravo arrampicatore ha acquistato per un prezzo fuori mercato la casa di una famiglia ebraica, costretta ad abbandonarla.
Il film di Marre è il ritratto di un uomo semplicemente disgustoso. Costruito attraverso i documenti ufficiali e gli scambi epistolari tra Henri e la moglie, mostra un uomo senza qualità, senza dignità e senza morale, che ha sbagliato tutte le scelte della sua vita, quelle private e quelle pubbliche.
Fotografato da Olivier Boonjing con toni muti e slavati, tipici del 16mm, è attraversato da momenti che sembrano ispirati alle fotografie di Weegee degli anni ’30, con le scene del crimine illuminate dai flash. Con un espediente ormai abusato, il film è punteggiato anche da musica elettronica anni ’80, con effetto pornograficamente anacronistico, particolarmente evidente in un balletto sulle note di Popcorn.
Ogni scelta che Marre ha compiuto è priva di senso e di ragione. Notre salut si guarda con crescente sconcerto, nelle sue due ore e trenta di abiezione.
Il nipote non prende mai davvero posizione rispetto al bisnonno, ne tratteggia contorni sfumati, cercando un’oggettività e un’empatia che si trasformano presto in complicità.
Il controcanto morale dovrebbe essere affidato alle lettere della moglie, tanto dure e crude sulle questioni personali quanto blande in quelle politiche, come è giusto che sia. Tuttavia il personaggio della donna ha un ruolo molto piccolo sullo schermo: rimane invisibile per oltre metà film e, quando compare, la sua presenza si risolve in un paio di scene – una cena dal prefetto e quella finale dell’abbandono – che non riescono mai a farne un compasso utile.
Il racconto appare così – nelle sue timidezze e nella sua fasulla dimensione da character study – pericolosamente collaborazionista. Non c’è nulla che Henri Marre possa insegnarci e nulla che sia utile oggi.
La sola idea di dedicargli un film così imbelle lascia sgomenti.
Irricevibile.
