The Man I Love *1/2
Ira Sachs ci regala il film più tremolante, inutile e pavido del concorso di Cannes 79.
Ritornando alla New York della scena omosessuale degli anni ’80, racconta gli ultimi giorni di vita di un attore e cantante malato di AIDS, Jimmy George.
Impegnato nell’adattamento queer e Off-Broadway di un lavoro del québécois Michel Tremblay, dopo essersi appena ripreso da una profonda crisi provocata dalla malattia, si concede l’ultima passione per un vicino di casa, il giovane Vincent, ammaliato dalla sua presenza teatrale sul palco e nella vita e stupidamente fatalista rispetto all’HIV.
Accanto a Jimmy c’è invece il compagno Dennis, che ha vissuto tutti i suoi momenti più oscuri, il ricovero, i cocktail di farmaci, le amnesie, la perdita di sè.
In questo memoir finale entra anche la sorella di Jimmy, col marito e il nipote, a cui lo zio affida una confessione video che sembra una rivendicazione finale della sua libertà.
Attraversato da un’unica nota malinconica che non abbandona mai i personaggi, The Man I Love si affida interamente a Rami Malek, che ricambia con un’interpretazione istrionica, esagerata, leziosa che fa a pugni con il minimalismo davvero minimo della drammaturgia e della messa in scena scelti da Sachs.
In un film in cui accade pochissimo e tutto sembra scorrere in un contesto di falsa normalità, gli eventi succedono quasi sempre fuori campo. Prevedibilmente immerso nella musica italiana degli anni ’60, da Patty Pravo a Rita Pavone, è accompagnato come da manuale anche dall’inevitabile controcanto d’opera, fino allo Stabat Mater di Vivaldi nel finale.
Malek è chiamato a cantare più volte, a partire dal classico di Gershwin che dà il titolo al film, e non fa rimpiangere la scelta di Bohemian Rhapsody di mantenere la voce di Mercury, invece di affidare a lui la reinterpretazione dei pezzi dei Queen.
L’immaginario di Sachs è ancora fermo a Philadelphia di Demme, da cui ha tolto ogni spunto realmente melò, per asciugare ogni traccia di sentimentalismo, finendo per non lasciare quasi nulla a cui aggrapparsi se non alla noia di una storia già raccontata, per cui non ci si appassiona mai.
Sachs ha vissuto quegli anni in prima persona e si comprende benissimo, tuttavia il ricordo e la messa in scena ci restituiscono ricordi sbiaditi e inessenziali.
Il film scritto con Maurício Zacharias si guarda come un acquario: il vetro tiene a distanza e talvolta riflette.
Esperienza modesta.
