Negli ultimi anni Guy Ritchie ha attraversato una fase produttiva particolarmente intensa, alternando thriller criminali, film bellici e avventure di spionaggio con una regolarità che ha sollevato molti interrogativi. In The Grey si inserisce perfettamente in questa stagione inaugurata da The Gentlemen nel 2019 e proseguita attraverso La furia di un uomo – Wrath of Man, Operation Fortune, The Covenant, Fountain of Youth e Il ministero della guerra sporca. Più che rappresentare un punto di arrivo, il suo nuovo film sembra confermare pregi e limiti di un autore che ha trovato una formula efficace, alomeno sotto il profilo spettacolare, ma che da tempo appare poco interessato a metterla realmente in discussione.
Il pubblico tuttavia se n’è accorto, riservando al pur diverente In the Grey un’attenzione distratta e disinteressata. La circostanza che i suoi lavori appaiano indifferentemente a cinema o su piattaforma, contribuisce poi a disorientare anche lo spettatore affezionato alla sua messa in scena rude e scherzosa.
Dopo il ritorno alle atmosfere criminali che lo avevano reso celebre, Ritchie ha progressivamente alleggerito gli eccessi stilistici degli esordi, privilegiando una narrazione più lineare e controllata. In The Grey si muove all’interno di coordinate ormai familiari: professionisti altamente specializzati, operazioni clandestine, dialoghi ironici, rapporti di forza continuamente ridefiniti. Elementi che il regista padroneggia con sicurezza, ma che raramente sorprendono.
La trama ruota attorno a una squadra coinvolta in una complessa missione che si sviluppa tra intelligence, sicurezza privata e criminalità internazionale. È un contesto che Ritchie frequenta ormai da diversi film e che qui viene raccontato con competenza, senza però aggiungere particolari sfumature a un immaginario che appare sempre più codificato. L’impressione è quella di assistere a una variazione su temi già ampiamente esplorati, più che a un nuovo capitolo capace di ampliare il discorso.
Anche la dimensione puramente d’azione riflette questa tendenza. Ritchie continua a distinguersi per una messa in scena leggibile e ordinata, lontana dal montaggio convulso che domina molta produzione contemporanea. Le sequenze d’azione sono costruite con chiarezza e possiedono una fisicità concreta che restituisce peso agli scontri. Tuttavia manca spesso quel guizzo inventivo che in passato rendeva immediatamente riconoscibili i suoi film. I combattimenti, gli inseguimenti e le sparatorie funzionano sul piano dell’efficacia narrativa, ma raramente lasciano un’impressione duratura.
Il film trova comunque una parte della propria forza nel cast. Da qualche tempo Ritchie sembra affidarsi sempre più agli attori per compensare una scrittura che tende a riproporre schemi consolidati. In questo senso In The Grey beneficia della presenza di interpreti capaci di dare spessore a personaggi che sulla pagina rischierebbero di apparire piuttosto convenzionali.
Henry Cavill prosegue il sodalizio con il regista confermando una certa disinvoltura nel registro dell’action ironico e sofisticato. La sua presenza scenica resta notevole, anche se il personaggio non gli offre occasioni particolarmente nuove rispetto a quanto già visto nelle collaborazioni precedenti. Cavill svolge il compito con professionalità, ma il film sembra spesso limitarsi a sfruttarne il carisma senza approfondirne davvero le possibilità.
Jake Gyllenhaal porta invece una dose di imprevedibilità che contribuisce a vivacizzare il racconto, sia pure con l’aria di chi sembra capitato sul set per puro caso e forse per esigenze puramente alimentari. Come spesso accade, l’attore riesce a introdurre sfumature e ambiguità che arricchiscono scene altrimenti piuttosto funzionali, ma la sua interpretazione finisce per evidenziare, quasi involontariamente, una certa schematicità del contesto che lo circonda.
Anche Eiza González si conferma una presenza solida e credibile nel cinema di Ritchie, che evita di relegarla a un ruolo ornamentale e le assegna una funzione pienamente operativa all’interno del gruppo. È una scelta apprezzabile, anche se il personaggio resta definito più dalle esigenze della missione che da una reale complessità drammatica.
L’equilibrio tra i membri del cast contribuisce a mantenere vivo l’interesse, ma non basta a nascondere una certa ripetitività di fondo. Molte dinamiche sembrano derivare direttamente dai film precedenti del regista e alcuni dialoghi danno la sensazione di riecheggiare battute e situazioni già ascoltate altrove.
I limiti del cinema recente di Ritchie emergono con particolare evidenza proprio qui. La fascinazione per il mondo delle operazioni segrete e dei professionisti che lavorano nell’ombra continua a esercitare un indubbio fascino sul regista, ma rischia sempre più spesso di trasformarsi in una comfort zone creativa. La sicurezza della messa in scena finisce talvolta per coincidere con una certa mancanza di rischio.
In The Grey resta un prodotto solido, realizzato con mestiere e sostenuto da interpreti di un certo glamour divistico. Allo stesso tempo conferma la sensazione che il cinema di Guy Ritchie sia bloccato in una formula che, pur funzionando ancora, mostra ormai una certa usura.

