Disclosure Day

Disclosure Day ***

“Ascoltate”.

Alla fine, dopo due ore e mezza di grande cinema di purissima impronta spielberghiana, è l’ultima parola quella che resta. Ed è l’invito a smettere di aver paura, accettando la possibilità dell’incontro e del dialogo.

Disclosure Day è l’ultimo approdo di una riflessione su cui il regista è tornato molte volte nel corso di tutta la sua carriera, non solo con i giovanili Incontri Ravvicinati ed E.T., ma anche con i seminali La guerra dei mondi e A.I., negli anni della maturità.

Spielberg ha scritto il soggetto personalmente come raramente gli è accaduto in passato, affidando poi a David Koepp il compito di tradurlo in una sceneggiatura aperta, ellittica, lontana dalle necessità degli algoritmi contemporanei.

Il film ci catapulta in medias res, all’interno del ring di un incontro di wrestling, uno spettacolo fasullo e becero di violenza coreografata, a cui assistono Daniel Kellner e gli uomini della WARDEX Corporation, una misteriosa società di cyber security paragovernativa.

Il giovane hacker informatico – che è stato in galera prima di essere reclutato proprio da Noah Scanlon, il capo della WARDEX – ha trafugato materiale top secret della società e un artefatto che sembra essere tanto potente quanto instabile.

Il tentativo di scambiare la preziosissima refurtiva con Jane, la ragazza di Daniel che la società ha rapito, finisce con i due giovani in fuga, verso un altrove sconosciuto persino a Hugo Wakefield, il leader di una dozzina di “ribelli” all’interno di WARDEX di cui Daniel fa parte.

Nel frattempo Margaret, una brillante giornalista che si occupa del meteo per la tv locale KCXE di Kansas City, sperimenta poteri sovrannaturali: dopo che un piccolo cardinale rosso entra dalla sua finestra di prima mattina, diventa improvvisamente in grado di leggere la mente altrui, parla lingue sconosciute e riesce a piegare la volontà di tutti quelli che incontra.

Ricoverata in ospedale, si accorge che gli uomini della WARDEX sono sulle sue tracce e non esita ad abbandonare il fidanzato incredulo, per fuggire lontano, “verso nord”.

E così mentre il mondo è sull’orlo di una crisi internazionale tra Stati Uniti e Corea del Nord, i due protagonisti sembrano attratti da una forza che neppure loro comprendono.

Spielberg costruisce il suo film lasciando a lungo gli spettatori all’oscuro dei motivi e degli scopi. Esattamente come accade ai due protagonisti – e proprio come avveniva a Roy Neary in Incontri ravvicinati – il film ci invita ad assecondare l’istinto, a inseguire un destino incomprensibile che muove la storia.

Daniel e Margaret non sanno davvero quello che fanno e perché lo fanno, ma sentono intimamente che è giusto farlo. Sono attirati da una forza centripeta, che li riporta infine nello spazio del ricordo, dell’infanzia, di un incontro sognato e rimosso, che pesa come un vuoto nelle loro vite.

L’agnizione per Margaret avviene nella vecchia casa familiare, ricostruita per lei in uno spazio dismesso, un po’ come avveniva a David nel finale di A.I..

E’ un’illusione, ma capace di smuovere i ricordi, riportando chiarezza nella nebbia della memoria e donando il coraggio di fare di quella lunga giornata il disclosure day promesso dal titolo.

Come Margaret, Spielberg sembra fare i conti con se stesso, con il proprio cinema, con la propria ispirazione. Costruendo una grande avventura profondamente politica che celebra la stupore dell’incontro, la disponibilità all’ascolto, la forza liberatoria della verità, in un mondo mai così diviso, litigioso, incattivito dalle menzogne e dalla legge del più forte.

Quando per la prima volta vediamo anche noi come Jane i filmati trafugati da Daniel con i corpi in bianco e nero degli extraterrestri indifesi, dilaniati o torturati, vengono subito alla mente altri corpi straziati del cinema di Spielberg, figli di un’altra storia e di un altro dolore, ma sempre alieni.

La verità vi renderà liberi: l’ebreo Spielberg sembra per una volta affidarsi al Vangelo di Giovanni, in un film in cui le preoccupazioni teologiche emergono più volte, di fronte alle obiezioni di chi ha mantenuto il segreto per troppi anni.

L’interrogativo resta: divulgare in nome della trasparenza o proteggere il segreto in nome della ragion di stato?

Spielberg non sembra avere dubbi, eppure nel suo lavoro tiene conto delle obiezioni altrui.

Accompagnato dalle musiche mai così delicate, ma presentissime di John Williams e illuminato con la solita impronta distintiva da Janusz Kaminski, che riempie il film di lens flare, controluce, ombre, viraggi verso l’azzurro e inquadrature dal basso, Disclosure Day si giova di un cast d’attori apparentemente eterogeneo, ma molto indovinato.

Josh O’Connor non è mai stato così “giusto” nei panni di Daniel, un altro uomo comune travolto da circostanze eccezionali, che ha tuttavia una bussola morale che non conosce compromessi.

La Margaret di Emily Blunt è una sorta di raddoppiamento femminile di Daniel, ancora più inconsapevole del proprio ruolo e del proprio potere, tuttavia capace di accettare il suo destino fino in fondo, con le fragilità e i dubbi necessari a farne il personaggio nella storia con cui empatizzare. Quando la osserviamo rivedersi bambina cantare a mezza voce Someday my prince will come  ci ha conquistati per sempre.

Colin Firth ha il ruolo del villain ed è un po’ ingessato dalla parte, ma nei lunghi momenti in cui usa il potere dell’artefatto per coartare la volontà altrui, il film ha i suoi momenti più inquietanti.

Colman Domingo si ritaglia ancora una volta il ruolo del testimone, di colui che sa e aiuta gli altri a comprendere, mentre Eve Hewson rappresenta il controcanto alle certezze di Daniel, mettendo in discussione le sue azioni, da una prospettiva diversa.

Come ha scritto Gianluca Arnone su Cinematografo “Con lei Disclosure Day ingaggia una dialettica interna meno antagonista di quella principale. Perché rivelare non significa automaticamente salvare. Sapere non significa necessariamente capire. C’è una differenza enorme. E la verità cos’è? Qualcosa di posseduto o di condiviso? Un potere da esercitare o una conversione da attuare?”

La sceneggiatura di David Koepp funziona di più e meglio quando si affida alle parole e al confronto fra i suoi attori, piuttosto che nelle svolte narrative e negli elementi di pura azione, che spesso sembrano un po’ forzati e anche un po’ grossolani negli effetti digitali.

E’ difficile tuttavia comprendere se e come il film di Spielberg possa trovare il proprio pubblico. Il regista richiede attenzione, fiducia, invita a credere alle sue buone intenzioni, anche quando esplicita il suo messaggio di tolleranza e confronto.

Disclosure Day viaggia controcorrente anche nella messa in scena, che non perde un minuto a imboccare il suo pubblico, pensandolo adulto e consapevole e invitandolo alla riflessione sui tanti diversi livelli che il film abbraccia, senza timore.

Quello che ha fatto di Spielberg il più grande narratore del cinema americano dai tempi di John Ford, è stata la sua capacità di posizionarsi molto spesso sulla stessa lunghezza d’onda del suo pubblico, facendone proprie le emozioni più profonde e rendendo semplice quello che poteva apparire complesso.

Negli ultimi anni questa connessione magica è sembrata meno forte, nella misura in cui il suo cinema si è fatto più ricco di ombre, di chiaroscuri, di riflessioni esplicitamente personali, che hanno incrinato quell’ottimismo democratico e inclusivo, profondamente americano, su cui Spielberg aveva eretto buona parte della sua legacy.

Disclosure Day, riprendendo un discorso che ha attraversato una parte importante della carriera di Spielberg, sembra il film adatto a rinnovare il patto con il suo pubblico su una consapevolezza nuova, perché anche se E.T. è invecchiato e il regista cresciuto a Phoenix non è più l’enfant terrible del cinema americano, entrambi possono dirci qualcosa a cui vale la pena di prestare attenzione.

“Ascoltate”.

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