Wrath of Man

Wrath of Man **1/2

Quarta collaborazione tra Guy Ritchie e Jason Statham, l’attore feticcio dei primi Lock &Stock, Snath e Revolver.

I due non si erano più incrociati su un set dal 2005 e l’occasione gliela dà il remake di un thriller francese Le Convoyeur, che Ritchie riscrive con Ivan Atkinson e Marn Davies, facendone un heist movie che guarda al grande western metropolitano di Michael Mann, con i suoi eroi solitari, le sue vendette, i suoi colpi perfettamente orchestrati, la sua geometria visiva sulle highway losangeline e il suo sonoro stordente, in cui i colpi secchi di pistole fucili d’assalto sostituiscono il battito cardiaco dei protagonisti.

Diviso in quattro capitoli, il film di Ritchie comincia con una rapina ad un furgone porta valori, tutta vista dall’interno del mezzo corazzato della ditta Fortico. I due autisti rimangono sul campo, ma non sono le uniche vittime.

Il primo capitolo Dark Spirit, si apre qualche tempo dopo la rapina: alla Fortico si presenta per essere assunto Patrick Hill, referenze impeccabili in Europa, mira e guida da migliorare, ma sufficienti per far parte della squadra, guidata da Bullet e Boy Sweat.

Fin da subito H, come tutti lo chiamano, sembra nascondere qualcosa e non pare volersi fare troppi amici nel gruppo dei driver.

Quando Bullet viene preso in ostaggio durante una consegna, H, senza mai perdere la calma fa fuori da solo il gruppo di criminali, recuperando il collega, senza perdere il carico.

Diventato una sorta di eroe per gli altri della squadra, esce illeso da un altro assalto al furgone.

Il secondo e il terzo capitolo Scorched Earth e Bad Animals Bad, ripartono dalla rapina iniziale, mostrandocela dal punto di vista di H, che era vicino al furgone, e da quello della banda criminale, guidata da Jackson.

L’ultimo capitolo Liver, Lung, Splee, Heart riprende il filo narrativo interrotto, per condurci nel cuore di una nuova rapina suicida, nel giorno del Black Friday.

E’ opportuno non rivelare di più di questo film che costruisce motivi e caratteri con precisione e prendendosi il tempo necessario a mostrare i vari pezzi del puzzle che vanno al loro posto, uno dopo l’altro.

E così quello che è sostanzialmente il solito revenge movie del cinema di Ritchie viene disarticolato ed espanso, in un gioco prospettico che si modifica ad ogni nuovo capitolo, con una struttura drammatica tipicamente anni ’90, ma che pure funziona ancora bene, pur se qualche buco di scrittura rimane.

Quello che manca è l’ironia, l’umorismo nero e il sarcasmo a cui Ritchie ci aveva abituato e che pure erano centrali in The Gentlemen: qui prevale un ritratto a tinte fosche, in cui avidità e crudeltà si prendono tutto e in cui i personaggi più ingenui fanno una bruttissima fine, mentre prospera l’illegalità, il compromesso, la realpolitik, persino nelle agenzie governative, ben contente di assecondare l’ira furibonda di H.

Ritchie è come al solito impeccabile nella messa in scena e assai più controllato del solito, impiegando il suo talento in una direzione più rigorosa e severa, a tono con il suo film cupo.

Non c’è nessuno per cui parteggi in questo film: sono solo gruppi diversi di criminali che cercano di affermare il loro potere, la loro volontà, la loro avidità, senza fare prigionieri.

Ma Ritchie non è mai compiaciuto, nel mostrare le loro violenze, lasciando in sottofondo una sorta di lamento, un basso continuo che ne sottolinea l’ottusa ferocia animale.

Non c’è più nulla da ridere, sembra dirci, la bestialità produce solo una scia infinita di morte e caos.

Il montaggio è impeccabile e creativo, mantenendo la tensione intatta fino al climax dell’ultimo atto.

Jason Statham è invece la solita impareggiabile macchina di morte, che nulla riesce a fermare. I colpi si vedono e si sentono anche su di lui, ma ad ogni caduta, riesce a tornare in piedi.

Come ha scritto Variety, Wrath of Man è come H, “entra in scena sicuro delle sue abilità, professionale, efficiente e potenzialmente letale”.

Naturalmente l’effetto adrenalinico è ingigantito dal grande schermo.

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