Crudelia

Crudelia *1/2

L’ennesimo inutile live action, a cui ci ha abituato la Disney nei suoi piani di sviluppo quinquennali, è questa volta un prequel, che racconta l’infanzia e la gioventù della celeberrima Crudelia De Mon.

Villain per antonomasia, che ogni bambino nato negli ultimi 70 anni ha conosciuto vedendo l’animazione La carica dei cento e uno di Wolfgang Reitherman e soci, la perfida Crudelia non è sempre stata la rapitrice impellicciata dei cuccioli di dalmata di Peggy e Pongo, ma c’è di più.

Il film di Craig Gillespie (Io, Tonya), scritto da Dana Fox e da Tony McNamara (La favorita) riscrive da capo il personaggio, com’è accaduto quasi sempre in questi nuovi adattamenti per scrollare di dosso la polvere del tempo dalle spalle dei protagonisti.

E così accade anche stavolta, grazie anche alla libertà fornita da un prequel, che non risponde nè al film del 1961 di Wolfgang Reitherman, nè al romanzo originale di  Dodie Smith del 1956.

Siamo da tutt’altra parte. Non solo, ma il disastroso doppiaggio italiano rinomina Crudelia in Cruela, storpiando di fatto l’originale Cruella e vanificando la traduzione e l’assonanza cruel/crudele, restituendoci un nome, che non significa nulla e non esiste nella nostra lingua.

Peraltro in un film che continua a chiamarsi Crudelia, senza più alcun motivo logico.

Sorvolando le derive filologiche, quello che rimane è un film che mescola e frulla senza nessuna vergogna un po’ di Diavolo veste Prada e un po’ del Joker di Phillips, un po’ di Eva contro Eva e un po’ di Cenerentola, il giallo rosa alla Ocean’s Eleven e il glam rock di Ziggy Stardust, Vivianne Westwood e i lavori di Julian Temple su Sex Pistols e il punk.

Quello che viene fuori è un mappazzone indigeribile, lungo 135 interminabili minuti, in cui le inconsistenze del racconto e dei personaggi vengono affogate da una colonna sonora rock e new wave, che sembra compilata da una ricerca di Alexa: Gillespie non ha alcun pudore a montare un brano dopo l’altro come fosse un dj, lasciando che l’emozione venga generata pavlovianamente da questo incessante martellamento digitale a cui si accoppia un montaggio privo di qualsiasi vera logica.

Arrivati a questo punto, vi starete chiedendo cosa racconti questo Crudelia – o forse meglio Cruela. Ci proviamo, come al solito, senza rovinarvi la sorpresa, ma non è certo nel plot, che Gillespie e soci ripongono le loro maggiori speranze.

Raccontato in prima persona dalla protagonista adulta e ormai defunta, in un lungo flashback, il film ripercorre l’infanzia ribelle di Estella, già con i capelli metà biondissimi e metà neri, fin dalla nascita, le vessazioni e il ritiro da scuola e il trasferimento a Londra, con il sogno di diventare una stilista.

Durante una sosta al maniero degli Hellman, Crudelia assiste alla morte della madre Catherine, precipitata dalla scogliera, sotto la minaccia dei feroci dalmata della padrona di casa, a cui aveva chiesto aiuto, per ricominciare nella grande città.

Estella è sola, raggiunge Londra, fa amicizia con altri due bambini orfani, Jasper e Horace ed assieme mettono in piedi una piccola banda di ladri.

Con qualche sotterfugio, Estella riesce a farsi assumere ai magazzini Liberty, dove comincia facendo le pulizie, prima di essere notata dalla Baronessa, la stilista più famosa d’Inghilterra, che la prende con sè, sotto la sua ala.

Solo che la feroce ed esigente stylist nasconde un segreto che influenzerà in modo decisivo il suo rapporto con Estella, spingendo quest’ultima a trasformarsi nella situazionista e provocatoria Cruela, decisa a prendersi la scena fashion di Londra, senza sconti.

Il film funziona solo nel suo registro comico, grazie a Joel Fry e Paul Walter Hauser, nei panni di Jasper e Horace, ovvero Gaspare e Orazio, già criminali imbranati nel classico animato, qui impegnati in gag soprattutto fisiche e visive, quasi da cinema muto, nella loro essenzialità. Anche Emma Stone ha i suoi momenti migliori quando è Estella, simpatica borseggiatrice, apprendista di talento e scarsi mezzi. Mentre la sua trasformazione in Cruela è assai più telefonata e prevedibile. 

Emma Thompson ripete il ruolo della ‘perfida stronza’, che ormai ha interpretato un milione di volte, con le solite mossette, la solita maschera altera, senza aggiungere nulla ad un personaggio realmente unidimensionale.

Sprecato Mark Strong, nel ruolo del suo braccio destro, che funge da quinta colonna per i progetti di Cruela.

Come detto, Gillespie mette il pilota automatico e dirige con la mano sinistra, per non dire altro, scegliendo il minimo comun denominatore emotivo musicale e lasciando che quello faccia tutto il lavoro drammatico.

Ma soprattutto: perchè voler inventare una spiegazione da psicanalisi for dummies alla cattiveria di Crudelia De Mon? Perchè trasformare uno dei villain più incisivi della storia Disney in una povera orfanella, ripudiata dalla madre naturale e vessata dalla vita? Come se il Male nascesse per forza da un torto subito, da un affronto del destino, da una vendetta da prendersi a sangue freddo e non fosse invece parte del mistero della vita umana.

Il messaggio finale anche questa volta non può che essere l’ormai risaputo e stucchevole omaggio al women empowerment, all’indipendenza femminile, mentre gli uomini restano sullo sfondo, caratteristi buoni, per qualche situazione di alleggerimento e poco più, mentre solo immaginare un qualche coinvolgimento sentimentale è assurdità da secondo Novecento.

Inutile.

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