Dopo Baby Reindeer molti autori avrebbero fallito. Non è il caso di Richard Gadd, che con Half Man ci regala un inquietante ritratto di mascolinità tossica. All’inizio della storia ci ritroviamo catapultati in un seminterrato, per tornarci periodicamente, all’inizio e alla fine di ogni episodio. Ruben e Niall, i due protagonisti, sembrano arrivati a una sorta di resa dei conti. Poi il racconto si sposta nella Glasgow degli anni Ottanta. Quando tutto ha inizio.
Niall Kennedy è un ragazzino fragile, pesantemente bullizzato dai suoi compagni di classe che lo chiamano bambi. Nell’animo del quindicenne cova un orientamento sessuale ancora non dichiarato, forse non dichiarabile. Viene detto esplicitamente che la Scozia è quel paese in cui l’omosessualità è un’aggravante, a prescindere, perfino nei giudizi in tribunale.
Gadd va contro ogni schema preconfezionato di sceneggiatura, a costo di sfiorare, per paradosso, un’artificiosità al contrario. Laddove qualcuno, vedi l’agonizzante fiction italiana, avrebbe inserito una mamma e magari un babbo preoccupati per quel figliolo tanto sensibile e caro, qui gli stereotipi vengono fatti saltare in aria con calcolata maestria. Lori, la madre di Niall, è dichiaratamente lesbica (il termine ricorre nella serie e lo usiamo anche noi per correttezza filologica) e convive con una donna. I rispettivi ex mariti sono suppellettili del racconto. Non fanno testo.
La compagna di Lori, la ruvida Maura, ha un figlio di nome Ruben, più grande di Niall, che non sa controllare la propria aggressività, anzi, la cavalca regalmente, tanto da farne la base di un mondo privato, violento e impermeabile ai codici morali più elementari. Le differenze “antropologiche” tra i due “fratellastri” sono marcate e i reciproci profili astutamente complementari. Il debole e il forte, il remissivo e l’impulsivo, il timido e il debordante. Insomma, lo yin e lo yang del maschile.
Primo episodio. Per Niall il ritorno a casa di Ruben è una fortuna e allo stesso tempo costituisce l’ovvia premessa di future maledizioni. Certo, i suoi carnefici vengono sistemati per le feste (leggi: torturati con un simpatico coltellino, non esattamente un esempio pedagogico da diffondere) e non si azzardano più a maltrattarlo. Inizia però una forma di tutela soffocante, malsana. Neill è costretto a crescere. In tutti i sensi.
La scena dell’iniziazione sessuale di Niall, nella sua schietta brutalità, esprime al meglio il carattere vischioso, fluido della violenza. Il ragazzo subisce il rapporto da parte della ragazza, ingaggiata da Ruben per “sdebitarsi” di un inaspettato favore ricevuto dal fratello. Qualcosa del genere, in termini di illustrazione del perturbante, si ritrova, ad esempio, in Nymphomaniac di Lars von Trier. Nel sesso c’è quid di tensione che certamente non può diluirsi nel piacere, né tradursi in una forma di liberazione umana.
Gadd sa come entrare nei temi caldi del dibattito pubblico attuale, magari esasperando i toni con un pizzico di malizia. Per sua stessa ammissione, Baby Reindeer esprimeva le sue inquietudini di uomo stalkerizzato da una donna. La storia rifletteva un forte vissuto autobiografico. Half Man, invece, è frutto di pura invenzione. Di rimbalzo, il pensiero va anche ad Adolescence di Jack Thorne (lo stesso Gadd non ha fatto mistero dei punti di contatto). Certo, il maschile è sotto pressione. Il genere “forte” è in fase di destrutturazione, ripensamento, ridefinizione. Half Man è un piccolo terorema costruito attorno al crescente allarme sul “maschio in crisi”, con l’ormai noto corollario di considerazioni politiche a contorno.
Perché gli anni Ottanta? E la Scozia? Magari un posto vale l’altro. Ma si può pensare all’ambientazione scozzese come a un elemento non casuale del racconto. Va da sé il riferimento all’imperituro Trainspotting di Irvine Welsh e al film che ha segnato, letteralmente, un’epoca. Si, in Half Man, aspro e a tratti insostenibile romanzo di formazione, certamente convivono paura, nichilismo e distruzione. Per Gadd crescere significa passare dagli inferi.
Una vivida rappresentazione del medesimo mondo, politicamente ancor più esplicita, si trova nel romanzo Storia di Shuggie Bain di Douglas Stuart. Il convitato di pietra, fin qui non nominato, è il thatcherismo. Le assonanze tra la serie di Gadd e il libro di Stuart non mancano. Il protagonista, Shuggie, è gay come Niall. E al pari di Niall viene preso di mira dai ragazzi, soprattutto figli di minatori, per il suo linguaggio educato. Le madri, usurate da matrimoni infelici, sono costrette a cavarsela da sole: il darwinismo sociale pesa su di loro in maniera doppia. I maschi adulti sono spesso dei perdenti, degli infedeli o degli irresponsabili. L’alcolismo, diffusissimo, alimenta un clima di violenza sempre pronta ad esplodere.
Scrive Douglas Stuart a proposito della “vera Glasgow”, quella devastata dalla crisi economica: C’erano locali notturni clandestini nascosti sotto le arcate buie dei viadotti ferroviari, pub senza finestre dove vecchi e vecchie trascorrevano le giornate di sole in un sudato, puzzolente purgatorio. Era dalle parti del fiume che ossute donne dal volto nervoso si vendevano a clienti al volante di station wagon fiammanti, e talvolta era lì che la polizia, poi, le ritrovava fatte a pezzi dentro sacchi della spazzatura.
Sebbene Half Man non esibisca mai le atmosfere di pubblica decadenza del romanzo, si può tranquillamente dire che Ruben, con la sua rabbia, esprima un malessere non solo privato. L’unica volta che pianse da bambino, confessa a Niall, fu a otto anni, quando il padre ebbe un infarto. Poi precisa. Non versò lacrime per il terrore di perderlo, ma per l’angoscia provata nel rivederlo, guarito, di ritorno sul sentiero di casa.
Al college Niall incontra Alby. I due si riconoscono dicendosi l’essenziale, cioè quasi nulla. Se Alby ha accettato se stesso, Niall esita. Dentro di sé, come un parassita, si è installato Ruben, con il suo sguardo feroce e i suoi scatti d’ira, presente anche nell’assenza. La simbiosi è totale. Ognuno ha qualcosa da guadagnare dall’altro, però Niall ha moltissimo da perdere. La sua vita scivola nella finzione (inizialmente Alby crede che studi recitazione).
Half Man vive della tensione dialettica tra i poli opposti, occupati dalle classiche figure della vittima e del carnefice. In fondo, Ruben ha salvato il “fratello” dai bulli. Gli ha insegnato a boxare. Lo ha svezzato. Poi, arrivata l’età della ragione, ha deciso di non lasciarselo sfuggire. Niall pare incatenato per l’eternità a un cattivo karma. Si può stare comodi nel proprio malessere. E morire infelici.
Intanto le donne cercano di fare a meno degli uomini. L’omosessualità femminile ha radici biologiche e propriamente esistenziali, culturali, che affondano nella meritata sfiducia verso il genere maschile. Maura e Lori si proteggono a vicenda. Sono intime alleate prima ancora che amanti. Ma quando la prima si ammala, Lori non ha alternative. L’unica persona sulla quale fare affidamento non è il sensibile Niall, il letterato, il poeta, l’attore di teatro con l’ambizione di andare a Oxford, ma Ruben, l’animale, il selvaggio, che rischia di scontare una pena di dieci anni per aggressione e lesioni.
Il fattaccio avviene nel residence del college. Lo fa perché non accetta le mezze insinuazioni abbozzate da Alby? O perché la sua animalità ferita è incontenibile? Che cos’ha Ruben nella testa? Basta un disguido, un’incomprensione comunicativa. Basta una virgola fuori posto, basta poco. Meglio non entrare nei dettagli e non dire altro su questa scena da svenimento, destinata a ripetersi anni più tardi. Le conseguenze sono alla base del dilemma seguente, vera architrave morale di Half Man.
Terzo episodio, uno dei più coinvolgenti. Niall dovrebbe testimoniare a favore di Ruben in tribunale. Dicendo il falso. Contro Alby. Ha senso perpetuare la simulazione (intanto Niall si è “fidanzato” con una sua compagna di corso)? Oppure, finalmente, ascoltare la voce del cuore, l’homunculus interiore che intima di fare la cosa giusta a costo di rompere gli equilibri pre-esistenti? Perché di reciproco equilibrio si tratta. La violenza, naturalmente, maschera l’insondabile. C’è un passaggio in cui Ruben individua, suo malgrado, il nucleo ideologico della vicenda. Una molestia sessuale, anche solo ipotetica, equivale a toccare l’anima di una persona. A disintegrarne l’identità.
Il quarto episodio è il migliore. Ritroviamo Niall, ormai trentenne. It could have been a brilliant carrier… il non più giovane Niall potrebbe essere il protagonista fallito di una canzone ironica e depressiva degli scozzesissimi Belle & Sebastian. Povero Niall, ridotto a trascorrere le sue giornate in una sala lettura. Con una predilezione per i bagni degli uomini. Se avessimo avuto dubbi, no, Niall non ha terminato l’università, abbandonata perché Oxford, si sa, “è un posto snob”. E il talento letterario? Svanito. Anche l’idea di andare via di casa non ha funzionato. Niall vivacchia in un monolocale, tentando di scansare le bollette e le richieste dei creditori (per non parlare dei ricatti a sfondo sessuale). Tutto questo, nonostante Ruben sia stato in galera, assente, impossibilitato a nuocergli davvero. O forse no.
Quando Ruben riappare, sposato, realizzato, benestante (qui Gadd un po’ esagera nel distribuire inegualmente miseria e fortuna), risulta chiaro che il legame non si è mai spezzato ed esiste a prescindere. È una legge fisica, uno scherzo o una dannazione, un fatto misterioso destinato a valicare i confini della vita e della morte. Niall, che intanto scopre una verità intollerabile da sua madre, cerca Ruben e Ruben, puntualmente, lo aspetta, perché sa di doverlo aspettare. La scena del risveglio in ospedale sublima in un pugno di serratissime battute la poetica scabra di Half Man e vale (ammesso che la metafora cinematografica sia buona anche per le serie) il prezzo del biglietto. Si può desiderare di stare nella pelle di un altro solo per un’ora, giusto per provare cosa significhi essere il re del mondo?
Quinto e sesto episodio toccano i temi della discendenza negata e della responsabilità personale. Niall commette errori, prova a “correggersi”, crede di meritarsi tanto, troppo, sulla base di presupposti mai verificati. Ruben inventa favole, si mette in trappola da solo, perde la ragione, si vendica e deraglia definitvamente. Sfuggire alla “natura” è impossibile. Pensiero opinabile, se questa è la versione di Gadd.
Il giovane Ruben è interpretato da Stuart Campbell, mentre la versione adulta è incarnata (in senso letterale: l’attore/autore mette in mostra tanto il corpo, la carne, la fisicità, quanto l’anima più profonda e malata del suo personaggio) dallo stesso Richard Gadd. Il Niall ragazzo ha il volto perfettamente spaesato e spaventato di Michelle Robertson, mentre il protagonista cresciuto è il riconosciblissimo Jamie Bell, già star di Billy Elliot. Il film, ispirato alla figura di Philip Mosley, nasceva da un progetto fotografico su una scuola di danza fondata a North Shields, nel Nord dell’Inghilterra, in piena epoca thatcheriana. E viene da pensare, per chiudere il cerchio, che forse il Ruben di Half Man avrebbe desiderato ballare all’infinito sulle note di David Bowie.
Half Man è quindi, di certo, un racconto sulla frustrazione del maschio alfa: la frustrazione, ad esempio, di non poter essere diversi da un certo copione, verrebbe da dire, deterministicamente inteso. Gadd non giudica e non offre certezze. E come in tutte le storie di violenza senza redenzione, se ne esce turbati. La dialettica tra il vuoto e il pieno resta irrisolta. Niall e Ruben, due mezzi uomini (e mezzi fratelli) che vorrebbero trasformarsi in una sola creatura, compiuta, felice, sarebbero forse piaciuti a Shakespeare. Più nobile tollerare le percosse di una sorte oltraggiosa, o levarci a combattere tutte le nostre pene e risolutamente finirle? Chissà, principe Amleto.
Numero di episodi: 6 episodi
Durata: 55-60 minuti l’uno
Distribuzione HBO Max
Uscita: 24 aprile – 29 maggio 2026
Genere: Drama
Consigliato a chi: odia il porridge, vorrebbe sposarsi in kilt, ha un amico che collezionava i loghi delle Mercedes.
Sconsigliato a chi: non sa cosa sia la new wave, ha in camera il poster autografato di Harrison Ford, considera i bibliotecari persone molto tristi.
Letture e visioni parallele:
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Il libro citato nella recensione, Storia di Shuggie Bain di Douglas Stuart, è edito in Italia da Mondadori.
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Sul movimento post-punk scozzese si segnala This is Memorial Device di David Keenan, giornalista di punta di The Wire.
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Virilità. La mascolinità messa a nudo è un documentario in tre parti disponibile su ARTE. https://www.arte.tv/it/videos/118223-003-A/virilita/
Un motto: la chiave della salvezza è aiutare gli altri.


