Venezia 2026. Musk

Musk ***

Quattro ore densissime per raccontare le imprese, le famiglie, la politica e le ossessioni di Elon Musk, nato in Sudafrica, trasferitosi alla fine degli anni ’90 nella Silicon Valley e da lì capace di una scalata sociale ed economica prodigiosa fino a diventare non solo l’uomo più ricco del mondo, ma l’uomo più ricco di sempre.

I soldi sono sempre stati il motore primario, accanto a una visione della realtà da nerd cresciuto con videogiochi, realtà alternative, fumetti e il mito dell’ingegneria sopra ogni cosa.

La vendita della prima società Zip2 – una sorta di pagine gialle web, gli frutta 22 milioni e una McLaren. La fusione della sua nuova società di pagamenti con PayPal gli fa guadagnare, grazie all’acquisizione di eBay, altra enorme liquidità, necessaria a lanciare SpaceX.

I finanziamenti pubblici enormi che i democratici gli attribuiscono nel momento della privatizzazione della corsa allo spazio, sono solo il primo tassello di un intreccio pubblico-privato che sosterrà le sue imprese fino al lavoro con il DOGE voluto da Trump.

Nel frattempo con Starlink inonda lo spazio con i suoi satelliti: nelle premesse dovrebbero consentire la preziosissima connessione internet in zone non coperte, nei fatti gli consente un potere assoluto, gestendo le comunicazioni di interi Paesi, spesso in conflitto.

La Tesla, in cui entra come investitore e che fa sua licenziando il founder, è la realtà ambientalista che lo accredita nella California progressista, che lo premia con nuovi ingentissimi fondi pubblici, nonostante la società prometta sogni che non è in grado di mantenere.

Le ombre continuano ad allungarsi: le batterie non si sostituiscono, il calcolo dell’autonomia del veicolo è una truffa e la guida autonoma tanto decantata è una frode che causa morti e incidenti, messi a tacere con settlement stragiudiziali.

E quando la sua avversione ai sindacati, le politiche di lockdown per il COVID, la revoca di Starlink all’Ucraina e le inchieste giudiziarie lo portano al conflitto con Biden, Musk decide di comprarsi un posto al tavolo di chi comanda, finanziando Trump e la sua rielezione.

E qui il lavoro di Gibney si fa davvero inquietante, seguendo le attività del DOGE, lo smantellamento di istituzioni e programmi fondamentali, senza un significativo risparmio in termini di spesa pubblica e con un costo incalcolabile di vite umane, ricerca e controllo democratico, la raccolta di dati sensibili, utili a manipolare e indirizzare consenso e forse le stesse elezioni.

Sotto questo profilo l’acquisizione di Twitter e la sua trasformazione in una piattaforma d’odio, assurdità e complottismi, è solo parte di un grande piano in cui l’AI, prima avversata e poi abbracciata per convenienza, ha un ruolo decisivo.

Musk continua a pensare che la “sua” azienda sia SpaceX, ma quello che produce è una setta che spinge il suo culto e le sue imprese almeno sino a gli ultimissimi anni, in cui la sua esposizione pubblica, nel Governo Trump, ma anche come sostenitore della rete di partiti nazionalisti e neonazisti in Europa hanno consentito ai più di vedere cosa c’è dietro la maschera di un eccentrico di talento.

Il film di Gibney mette in fila una quantità impressionante di dati, eventi, circostanze e testimonianze, affidando alle parole dello stesso Musk, riprodotte da una A.I., una sorta di controcanto.

Giornalisti investigativi, ex soci, dipendenti pubblici, e un paio di ex mogli, madri di alcuni dei suoi 15 figli ufficialmente riconosciuti, sono tutti convocati da Gibney a raccontare un pezzo della loro storia.

Quello che resta sullo schermo è la storia di un formidabile venditore di sé, capace di rilanciare ogni volta che la realtà veniva a chiedere conto delle sue esagerazioni. La bolla non è mai scoppiata, nonostante le sue aziende arranchino dopo l’entusiasmo iniziale.

Ma se la parte del Musk imprenditore è simile a molte altre carriere di successo, è quella privata e pubblica a mostrare i segni inquietanti di una personalità pericolosa. La sua ossessione per la prole, il suo lavoro nell’amministrazione e l’influenza che esercita nella politica americana ed europea, ne fanno il pericolo pubblico numero 1.

Da non perdere.

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