Chris Hansen lavora con la NBC e le sue affiliate fin dai suoi esordi, come giornalista investigativo prima dal Michigan e poi dalla Florida. Con Katie Kuric e Tom Brokaw e poi a Dateline copre i più significativi fatti di cronaca interna, dal massacro della Columbine High School, all’attentato di Oklahoma City, Unabomber e il disastro del volo TWA 800. Dopo gli attentati dell’11 settembre si occupa delle successive indagini sul terrorismo internazionale.
Realizza inoltre inchieste internazionali sullo sfruttamento del lavoro minorile in India e sul traffico di farmaci contraffatti provenienti dalla Cina.
A partire dal 2004 crea con la produttrice Lynn Keller il programma To Catch a Predator, in cui scova e smaschera i predatori sessuali, frequentando forum online e attirando i pedofili grazie ad un paio di giovani attori usati come esche, in case allestite con telecamere nascoste.
Nonostante alla rete il programma non piaccia per nulla, il successo crescente lo spinge in prima serata, contro la serie di punta della ABC, Lost.
Per restare al passo e non deludere le attese, Chris spinge i suoi collaboratori a inseguire le loro tracce fino a incastrare un uomo delle istituzioni, un procuratore distrettuale in Texas.
Al contempo il National Enquirer ha delle sue foto compromettenti con una giovane donna che non [ sua moglie, che minaccia di pubblicare, la sua producer ha ricevuto offerte da altri network e Dan Plum, l’attore che recita la preda è divorato dall’ambiguità e dai dubbi sul suo lavoro per la tv.
Opera prima di fiction per il giovane documentarista Lance Oppenheim, prodotto da Ari Aster, Primeline racconta la storia dell’affermazione e delle insidie del programma di Hansen, da un punto di vista particolarmente originale che privilegia gli effetti devastanti che questa caccia privata provoca sulla psicologia dei protagonisti.
Se Hansen è animato da visioni allucinatorie che lo riportano ai suoi reportage indiani e dal desiderio di affermazione all’interno della rete in cui aveva cominciato molti anni prima, Lynn cerca di sfruttare il fervore giustizialista del giornalista per spingere il programma, almeno sino a quando intravvede i segni di un’ossessione malsana.
Tuttavia il personaggio più complesso e contraddittorio è Dan, il giovane attore chiamato a interpretare sempre lo stesso personaggio della vittima minorenne. Le sue aspirazioni d’interprete vengono frustrate dalle necessità del programma, gli amici irridono i suoi sforzi e il peso dell’incontro con predatori e pedofili, comincia a pesare sulla sua personalità.
Oppenheim non sembra interessato a mettere alla berlina il sensazionalismo della tv verità, quanto piuttosto a mostrare come questa costante esplorazione di un mondo sordido e proibito influisca su tutti i protagonisti.
Non è un caso che il film sia costruito su continui recadrage, immagini riflesse, ribaltate, raddoppiate, in un continuo rimando a identità fratte, confuse, disorientate, costrette continuamente a guardare dentro l’abisso e l’abiezione umana.
Anche Hansen alla fine è colto dai dubbi, non riesce a portare a termine una puntata. In quella successiva la trasmissione prende una piega tragica e definitiva.
Quello che resta è la sensazione di una sconfitta sanguinosa che sporca le vite di tutti.
La fotografia di David Bolen che mescola formati televisivi di inizio secolo a immagini sovraesposte e pesantemente virate e manipolate in color correction, contribuisce a dipingere un ritratto infernale del mondo che Hansen ha scelto di inseguire.
Pattinson è particolarmente efficace nel restituire la confusione in cui precipita Chris, Merritt Wever è altrettanto sicura nei panni della producer, mentre Skyler Gisondo interpreta Decoy Dan con introspezione e ansia. In un piccolo ruolo Bokeem Woodbine: chi ha visto la serie Fargo difficilmente se ne dimentica, e anche in questa occasione la sua presenza è particolarmente autorevole.

