La città dei vivi *
Nel suo quinto romanzo La città dei vivi, Nicola La Gioia ricostruisce il barbaro omicidio di un ventiduenne romano, attraverso le parole delle persone coinvolte nell’omicidio, dopo aver raccolto testimonianze, documenti e messaggi intrattenuti dalla vittima con uno dei due colpevoli.
Il giovane conduceva una doppia vita, dopo aveva abbandonato la scuola serale e il lavoro con il padre ambulante, per cercare i soldi facili nell’ambiente della prostituzione omosessuale, all’insaputa della sua ragazza e dei suoi amici.
Il 4 marzo 2016 uno di quegli incontri gli fu fatale: stordito con un cocktail, colpito ripetutamente con un martello e un coltello, fu legato e seviziato per ore e ritrovato solo il giorno successivo dopo la confessione di uno dei due autori.
Il film di Edoardo Gabriellini cambia radicalmente la prospettiva da cui raccontare questa storia concentrandosi sulla vittima e sui giorni che hanno immediatamente preceduto la sua fine, nel tentativo di oscurare l’abominio criminale e ridare dignità al giovane Luca Varani.
Solo che nel farlo non si rende conto che eliminando quasi del tutto il delitto, quello che resta è solo una storia di ordinaria miseria.
Varani nato a Sarajevo e adottato da piccolissimo, cresce in una famiglia di ambulanti alla periferia di Roma. Secondo quanto ricostruisce il film, lascia le scuole, poi anche l’istituto serale e abbandona anche il padre, a cui dava una mano sul suo furgone di dolci e caramelle.
A lungo fidanzato con Marta Gaia, la lascia più volte. Comincia a lavorare in un’officina, ma poi finisce in un giro di prostituzione omosessuale che promette soldi facili e droga.
Il film è tutto qui, chiudendosi con le immagini strazianti del riconoscimento da parte dei genitori del corpo martoriato di Luca e con un’ultima cena con Marta Gaia e la madre.
I fratelli D’Innocenzo hanno ritirato la firma dalla sceneggiatura del film, lamentando le troppe modifiche apportate dal regista alla loro storia.
Non sapremo mai qual era il film immaginato dai due fratelli, ma quello che ha realizzato Gabriellini è inconsistente, pusillanime e depurato di tutto l’orrore di una storia che il pubblico ministero del processo definì un'”abisso umano”.
Se il tentativo era quello di ridare a Varani un ruolo diverso e non schiacciarlo in quello della vittima, il regista non c’è riuscito, dipingendo un ritratto fragile, incompiuto, di nessun interesse, in un contesto di miseria e sfruttamento che restano sempre sullo sfondo.
Scegliendo un minimalismo visto mille altre volte, non lascia emergere che una figura travolta dalla brutalità del mondo, senza mai spiegare nulla, senza suggerire una lettura altra, senza costruire le coordinate di quel mondo che l’ha divorato.
Inconsistente.
