La ragazza con la Leica **1/2
Gerda Taro, leggendaria fotografa e reporter di guerra, militante rivoluzionaria ed ebrea polacca nell’Europa stritolata dal fascismo: è lei la protagonista del romanzo premio Strega di Helena Janeczek, scritto nel 2018 e portato sullo schermo con grande generosità e intelligenza da Alina Marazzi.
La ragazza con Leica racconta i suoi ultimi giorni nell’estate del 1937 e poi a ritroso si sposta nel tempo, prima a Lipsia nel 1932 e quindi a Parigi nel 1935 quando conosce l’ungherese Endre Friedman, che la inizia alla fotografia.
Gerda è una donna libera, indipendente, incapace di legarsi ad un solo uomo. L’infedeltà è per lei una necessità. Si promette all’amico Willy, il primo a dover scappare in Francia per evitare le persecuzioni, ama il medico Georg, che si è spostato in Italia per finire i suoi studi, fa perdere la testa all’amica Ruth e al fotografo Friedman, che a Parigi ne chiede la mano, senza mai ottenere una risposta.
In Spagna assieme a quest’ultimo, per seguire le truppe dei repubblicani, costruisce l’immaginario fotografo americano “Robert Capa”, che identifica a lungo il loro lavoro comune.
Ma mentre Friedman ottiene nuove commesse in Cina per un nuovo reportage, Gerda decide di tornare in Spagna, sul fronte di Brunete, vicino Madrid, per continuare a testimoniare le atrocità della guerra.
Il film di Alina Marazzi scompone e ricompone il romanzo, che originariamente affidava il ritratto di Gerda alle parole e al ricordo degli amici, scegliendo invece per il film una prospettiva più tradizionale.
Se la protagonista riacquista centralità e sguardo, resta la coralità degli amici, dei complici e degli amanti, a testimoniarne la complessità sentimentale e ideale.
Marazzi immerge il film nelle immagini scattate da lei e da Friedman in quei pochi anni, e usa in modo magistrale i materiali d’archivio, compreso il film di Brecht Kuhle Wampe e L’Atalante di Vigo. Alterna così in modo singolare b/n e colore, con una certa efficacia. Si avvale di un’interprete irresistibile e magnetica (Emilia Schüle, già Maria Antonietta nella serie Sky) anche se non particolarmente somigliante alla vera Gerda.
Tuttavia la parte narrativa del film non riesce a mantenere sempre la tensione personale e politica che le immagini d’archivio riescono immediatamente a trasmettere. La sceneggiatura scritta con Valia Santella è farraginosa soprattutto nei dialoghi, dando l’impressione di una storia magnifica che avrebbe potuto e dovuto essere raccontata meglio.
Gerda Taro riposa al Père-Lachaise, vicino al Mur des Federés, in una tomba realizzata da Giacometti. Al funerale parteciparono 200.000 persone e l’elogio funebre fu pronunciato da Pablo Neruda e Louis Aragon. L’epitaffio sulla sua lapide, rimosso dal Regime di Vichy, recitava “A Gerda, che trascorse un anno in Spagna. E lì rimase per sempre“.
