1969. L’australiano Rupert Murdoch ha ereditato dal padre giornalista ed editore la passione per la stampa. Dopo una rapida ascesa nel suo Paese, si sposta in Gran Bretagna, prima acquistando il populista News of the World, quindi, dal gruppo del Mirror, una testata completamente decaduta, il Sun, con l’intenzione di rilanciarla.
In una lunga e momorabile scena introduttiva ambientata al Rules, uno dei più antichi ristoranti di Londra, ne affida il comando a Larry Lamb, allora direttore dell’edizione di Manchester del Daily Mail, sfruttando il desiderio di rivalsa del giornalista e la sua spregiudicatezza.
Sono entrambi outsider in un mondo fatto di consuetudini inveterate ed equilibri che nessuno osa scalfire.
Lamb raccoglie attorno a se una redazione altrettanto improbabile e dopo aver inizialmente tentato di fare la brutta copia del Mirror, allora il tabloid di riferimento diretto dal suo mentore Hugh Cudlipp, decide di dare spazio ad argomenti frivoli e comuni: lo sport, il meteo, la tv, l’oroscopo, le donne e il sesso, secondo una logica che riassume in tre parole, Win, Free, Love.
Il giornale ha un successo travolgente, nonostante Murdoch in fondo disprezzi le scelte di Lamb, approfittando allo stesso tempo dell’assenza di ogni scrupolo del suo direttore. In tv, nella celebre trasmissione di Frost, è il magnate a dover sopportare le critiche feroci al suo modo di fare giornalismo.
Le due personalità entrano in conflitto ancor più radicalmente quando viene rapita la moglie del braccio destro di Murdoch, Alick.
Lamb non si fa scrupolo a pubblicare tutto, contro le richieste di Scotland Yard, arrivando persino a mettere in prima pagina l’ultima lettera privata, scritta dalla prigioniera.
Il sorpasso al Mirror avviene proprio in quelle ore febbrili. Ma a che prezzo?
Danny Boyle adatta per lo schermo lo spettacolo teatrale di James Graham, rappresentato a partire dal 2017, costruendo un intrepido duello tra due personaggi francamente detestabili.
Se “il giornalismo è una cosa seria”, come continuano a ripetere a Lamb i suoi colleghi, Ink ne racconta il progressivo e inesorabile imbarbarimento, in nome dei desideri dell'”uomo comune”, assecondandone ogni istinto e abbassando un passo alla volta il limite di quello che è opportuno pubblicare, senza alcuna etica e senza alcun riferimento che non sia quello del numero delle copie vendute.
La scena con i redattori – a cui chiede le loro passionacce inconfessabili e su queste imbastisce il menabò – è emblematica.
A nulla servono i tentativi della collega e amante Jules, a nulla i rimbrotti di Murdoch stesso, sempre zittito dai risultati stupefacenti della linea di Lamb. L’agnello diventato lupo tra i lupi non arretra di fronte a nulla: il sesso, la morte, il dolore privato e quello pubblico. Ogni cosa è una notizia che va urlata in prima pagina con enfasi da invasato. Il suo desiderio di rivalsa contro l’establishment che l’ha irriso, è il grimaldello per ogni sensazionalismo.
Le famose cinque W (who, what, when, where, why) declamate nel primo incontro tra i due protagonisti, perdono via via ogni valore. Il giornalismo vomitevole dei tabloid non ne ha bisogno, di certo. Quello che conta è l’entertainment!
Ma l’incontro e poi lo scontro tra Murdoch e Lamb attorno a cui ruota Ink non è che la punta dell’iceberg di un impero eretto a colpi di “page 3”, fake news, partigianeria, assenza di obiettività e di indipendenza.
Il montaggio finale è quanto mai esplicito nell’identificare in questo sistema una delle radici del caos e dell’ignoranza in cui la nostra società è progressivamente piombata e che i social hanno alimentato, rinnovando negli algoritmi esattamente le stesse formule ideate da Lamb.
Il film di Boyle è montato a passo di carica da Fin Oates, immerso nella fotografia pastosa quasi tutta d’interni del tedesco Alwin H. Küchler, che viene da documentario e dai lavori con Lynne Ramsay e contribuisce a quello stile sporco e ferroso che il film vuole ottenere.
Il regista ci mette il suo solito piglio impetuoso, particolarmente efficace nel raccontare una storia di ego maschili rancorosi e vendicativi, che ha nel personaggio di Jules/Claire Foy l’unico autentico e flebile controcanto femminile.
Il film è veloce, spesso urlato e sopra le righe, ostico nella misura in cui non consente davvero alcuna identificazione. Nella filmografia di Boyle perpetua l’ossessione per la sopravvivenza, l’avidità distruttiva del denaro e la redenzione di chi arriva dai margini, che caratterizza molti dei suoi personaggi.
Per molti versi si avvicina al suo ritratto graffiante di Steve Jobs, firmato con Aaron Sorkin: entrambi i film raccontano storie singoli e personali, che hanno riflessi enormi e duraturi sul nostro modo di vivere.
Mefistofelico Jack O’Connell nei panni di un Lamb che riscatta umiliazioni e offese, prendendosi a qualsiasi prezzo la vetta delle vendite – se non il rispetto di colleghi e competitor; impeccabile Guy Pearce in quelli di Murdoch, assai più sfuggente e impenetrabile, ma non meno diabolico in fondo.
Ink apre Venezia 83 e sarà distribuito in Italia da Lucky Red.

