Due sorelle, un’unica mente. Due corpi, una sola parola.
Joan e Jean Holbrooke sono a processo per una serie di molestie e atti emulativi compiuti nei confronti del vicino di casa, Mulroney, di cui entrambe si sono innamorate e con cui hanno trascorso lunghe notti d’amore nel capanno della loro proprietà.
Quando Mulroney ha deciso tuttavia di sposare un’altra donna, Gladys, è cominciato lo stalking nei suoi confronti.
Sei mesi dopo, su consiglio di un altro vicino di casa le due sorelle si sono trasferite in città, all’ultimo piano di un immobile e grazie al processo hanno avuto una certa notorietà.
I servizi sociali le hanno prese in carico e un solerte funzionario, Timothy, cerca di insegnare alle due come venire a patti con la loro vita vissuta in assoluta simbiosi. Anche solo aprire una scatola di sardine o pulire il pavimento diventa un’impresa insormontabile a quattro mani.
Dopo essere state ripudiate dai genitori, vengono invitate da una vecchia zia in campagna, dove la loro vita prende una piega inaspettata. Prestando fede alle leggende di un vecchio pastore, decidono di scavare un tunnel in una collina, alla ricerca di una improbabile città perduta, con un’ostinazione che si tramuta presto in ossessione.
Ancora una coppia di protagonisti folli e sognatori in un film che Herzog dedica all’amico David Lynch.
Joan e Jean vivono fuori dal loro tempo, non hanno internet, si innamorano al primo sguardo, sembrano bambine mai cresciute.
L’immaginazione è pari alla testardaggine, ma poeticamente il film concede loro un finale aperto e surreale, proprio all’interno di quella montagna scavata con un piccone e un martello per oltre due anni.
E’ un’altra cave of the forgotten dreams quella che trovano le due protagoniste: solo che siamo dalle parti della fiaba, con un treno magico, un principe imbonitore e una galleria che l’uomo ha già privato di ogni asprezza selvaggia.
Il film di Herzog è frammentato, ondivago, con cambi di toni e d’ambiente che contribuiscono a farne un lavoro generoso e personale, ma velleitario, slabbrato.
Le tre parti di cui è composto dialogano male tra di loro e sembrano semplicemente assecondare l’idea herzoghiana dell’incanto e della meraviglia che si spalancano davanti agli occhi chi è tanto ossessionato da andarle a ricercare nelle profondità della terra come sulla vetta di un vulcano.
Joan e Jean come Fitzcarraldo o Timothy Treadwell di Grizzly Man? Herzog le ha pensate come terzo capitolo di una trilogia, ma francamente il paragone non gioca a vantaggio del film, che al confronto con gli altri due capolavori sembra svanire del tutto.
Questo nuovo esperimento narrativo, dopo una lunga serie di formidabili documentari, resta poco più che un divertissement ottimista, impreziosito dall’interpretazione delle sorelle Mara, qui chiamate a un tour de force ammirevole, ma non meno sgangherato.
Il film è ispirato al caso delle sorelle Chaplin, nate nel 1943 e vissute a York, accusate di stalking nel 1980 ai danni di un camionista locale.
Il film, rifiutato da Cannes per il concorso, debutta a Venezia, ma forse avrebbe meglio figurato fuori gara. E’ un’opera fragile, velleitaria, fotografata in un digitale algido e spento dal solito Peter Zeitlinger, che collabora con Herzog da Gesualdo – Morte per cinque voci, e montata senza ispirazione da Marco Capalbo.

