Straordinario quinto film di Martin McDonagh che dopo una carriera da enfant prodige del teatro inglese, si è costruito un secondo tempo cinematografico che da In Bruges a Gli spiriti dell’isola, si è arricchito di opere non meno originali e provocatorie.
I suoi personaggi sono uomini e donne in guerra con se stessi e con l’autorità. Killer afflitti dal senso di colpa, poliziotti razzisti, madri in cerca di verità, amici inseparabili che si scoprono ostili: c’è sempre un grande conflitto che pesa sulle loro spalle e una ricerca di redenzione che si accompagna a troppe domane e a poche risposte.
Questa volta i protagonisti sono due agenti della CIA, il più giovane Lee e l’esperto Chris. Sono a Santiago del Cile nell’estate del 1973, agli ordini di MJ, il responsabile delle operazioni di tutto il sudamerica.
Allende è ancora il presidente eletto, ma il dado è tratto, Pinochet contattato e pagato: la democrazia cilena ha i giorni contati.
Chris e Lee sono diretti all’isola di Pasqua, Rapa Nui nella lingua degli indigeni, come gli ricordano due giovani studentesse di sinistra incontrate in aeroporto.
Sembra una vacanza insolita, in attesa che gli eventi precipitino, ma in realtà per Chris, malato di tumore, è una sorta di ultimo desiderio. E’ stato un agente sotto copertura per tutta la vita, influenzando e indirizzando al Storia con la pistola in pugno. Ha decido di dettare a un registratore le sue memorie, ma questo a MJ non può certo andare a genio, preoccupato che emerga il coinvolgimento diretto di Chris a Dallas, in Elm Street, quel tragico 22 novembre 1963.
Ancora una volta McDonagh incrocia l’ironia più tagliente con un universo beckettiano fatto di attese e parole perdute nel vuoto.
Anche questa volta i protagonisti sono due killer, non al soldo di un boss criminale, ma dei servizi, e anche questa volta sono costretti a rimanere in un luogo magnifico che diventa ogni giorno più insopportabile. Chris vorrebbe essere a Venezia piuttosto, ma il suo destino lo ha portato all’Isola di Pasqua, ultima tappa di una vita fatta di rimpianti e sangue.
Il paesaggio ancestrale, incontaminato, di una bellezza ancora selvaggia e limpida, accoglie i personaggi torbidi e infelici di questa storia: il gusto per la battuta, lo spirito nichilista e la brutalità del gesto violento si fondono continuamente nel cinema di McDonagh con il suo profondo senso morale e si nutrono di interrogativi etici, questa volta anche esplicitamente politici.
Non si può scegliere il bene, il mondo in cui viviamo è già stato corrotto e non ci sono innocenze da perdere, eppure nella comprensione autentica della realtà, dei meccanismi del potere e del controllo, c’è forse una flebile speranza di cambiamento. Per una volta si può almeno tentare di fare la cosa giusta, fosse anche uccidere chi davvero lo merita.
Wild Horse Nine è una commedia nerissima, in cui si ride forte senza mai intaccare il contesto tragico su cui si muovo i suoi personaggi. Il film racconta il Cile di cinquant’anni fa, come laboratorio di trame e di manipolazioni che ci appaiono lontane, ma che restano molto più vicine di quanto crediamo. McDonagh parla a noi, oggi, invitandoci a spalancare gli occhi, a interrogare le bugie di Stato, a non fidarci delle versioni di comodo. E lo fa senza mai apparire predicatorio, lasciando sempre in primo piano i suoi straordinari personaggi e le loro storie.
E se Sam Rockwell è con Colin Farrell l’attore feticcio del cinema di McDonagh, anche questa volta cerebrale e amorevole, buffo e umanissimo nel suo tentativo di mettere Lee a mezza strada tra la fedeltà a un amico e quella agli ordini ricevuti, per John Malkovich si tratta di uno dei ruoli della vita.
Il suo Chris, killer smemorato e terminale, pieno di rimorsi e di fantasmi, deciso a uscire di scena a modo suo, dopo essere stato lo strumento feroce e glaciale in mano all’agenzia per tutta la vita, è davvero un personaggio larger than life.
Certo di non avere più nulla da perdere, ad un passo dalla fine, può permettersi il lusso della verità, dopo una vita di bugie. Bravissima anche Mariana di Girolamo scoperta da Larrain in Ema, e il solito impareggiabile Steve Buscemi nei panni del narcolettico MJ.
Una parentesi a parte meriterebbe Tom Waits, nel ruolo del fratello di Chris, che abita in un capanno che si affaccia sulla Monument Valley, come un vecchio antieroe fordiano, distante dal protagonista in ogni modo, erede di quella nobile tradizione di cantastorie, che la ha trasformato la storia in leggenda.
Anche questa volta come ne Gli spiriti dell’isola e in Tre manifesti… le musiche sono di Carter Burwell e la fotografia, capace di cogliere la luce meravigliosa e umorale dell’isola è di Ben Davis.
Wild Horse Nine è ancora una volta una storia di uomini soli, in conflitto con se stessi e con le proprie responsabilità, in una terra sconosciuta, in cui si può morire nel modo più atroce senza intaccarne la bellezza estatica. I moai, quelle magnifiche sculture monolitiche, sembrano osservare tutto dall’alto, lasciando cadere un’ombra benigna sui vivi e sui morti.

