The Dog Stars – Le stelle dopo la fine *
Vicino ai novanta e con l’ultimo grande lavoro lontano oltre un decennio (The Martian), Ridley Scott continua imperterrito ad annacquare la sua legacy, con l’ennesimo lavoro svogliato, derivativo, tratto da un romanzo che a giudicare dal film sembra essere un compendio di survivalismo bianco alla Elon Musk, adattato per lo schermo da Mark L.Smith, che vi ha infuso inutilmente elementi western a dare sostanza, corpo e nerbo ad una trama esilissima.
Siamo in un mondo devastato da una pandemia virale, in cui i pochissimi sopravvissuti vivono come monadi isolate, lontano da ogni ipotesi di civiltà e di convivenza, armate fino ai denti e timorose di ogni possibile incontro.
L’ex meccanico e pilota Hig e il più maturo marine Bangley condividono una sorta di hangar per vecchi Cessna, in mezzo alle montagne del Colorado. Hanno fissato un perimetro che perlustrano ogni sera con l’aereo, si riforniscono di benzina, medicinali e provviste, nella vicina Denver grazie alla velocità degli spostamenti di Hig e uccidono brutalmente chiunque si avvicini al loro piccolo angolo di purgatorio.
Hig ha perso la moglie incinta e gli rimane solo il loro cane, ma quando anche quest’ultimo finisce vittima degli ultimi estranei, non c’è più nulla che lo tenga alla base. Un messaggio radio di una località vicina, sembra attirarlo verso nuovi incontri.
Durante un atterraggio di fortuna, Hig conosce Cima e suo padre Pops, non meno diffidenti e armati di Bangley. Un attacco di quelli che appaiono come ferocissimi nativi americani, costringe i tre a fuggire assieme verso quella voce registrata che ossessiona Hig.
Quello che troveranno una volta atterrati in un aeroporto che sembra ancora perfettamente funzionante sarà un incubo horror che prelude ad una nuova fuga. Nel frattempo Bangley rimasto da solo deve vedersela con un gruppo di giovani belluini e tatuatissimi.
In quello che appare come un campionario dei peggiori incubi di un redneck americano e in cui non vi è un solo personaggio afroamericano o latinoamericano, Scott sembra cercare una purezza di intenti e di sguardi degna di miglior sorte.
Il film è ideologicamente sconcertante e a nulla servono i pur riusciti momenti western, con il territorio selvaggio, il piccolo gruppo di sopravvissuti, i predoni, l’uomo armato che difende la propria casa, l’arrivo dello straniero e la necessità di stabilire chi siano gli amici e chi i nemici.
Ma proprio questa struttura porta con sé una domanda politica: chi viene rappresentato come legittimo abitante del nuovo mondo e chi come minaccia?
The Dog Stars ripropone una dinamica da western tradizionale, nella quale alcuni personaggi bianchi diventano automaticamente i custodi della civiltà e gli altri vengono trasformati in una minaccia indistinta.
Scott non sembra essere neppure consapevole degli interrogativi ideologici che il film pone, cercando una sincerità che il materiale d’origine non ha di certo, trattandosi di un’operazione a tavolino capace di mescolare suggestioni millenariste, suprematismo bianco, paure e xenofobie, desolazione da fine del mondo e il solito modo americano di risolvere i conflitti col fucile in pugno.
Jacob Elordi è del tutto inadeguato a sostenere un ruolo così scarno e pieno di cliché per le due ore del film, privo di autentica profondità psicologica; Margaret Qualley è al contrario completamente sprecata in una parte che non le dà davvero nulla di significativo da fare sino alla coda finale, in uno dei ruoli femminili più retrogradi della stagione.
La parentesi horror con Allison Janney è quanto di più osceno visto al cinema nel 2026. Gli unici realmente a proprio agio sono Guy Pearce e Josh Brolin, che recitano sostanzialmente lo stesso personaggio, raddoppiato per necessità di sceneggiatura.
La visione apocalittica di una società piombata nel caos del tutti contro tutti in cui ci si salva solo pensando a se stessi e sterminando gli altri è quella che il film propaganda a lungo, salvo chiudere bucolicamente con un finale fasullo e patetico sino a risultare involontariamente ridicolo, all’interno di una comunità di mennoniti, curiosamente sopravvissuti.
Scott si limita a impaginare una storia senza neppure dare l’idea di averla compresa fino in fondo. Il suo cinema ormai viaggia con il pilota automatico di un mestiere costruito da tanta gavetta nella pubblicità, esploso in un pugno di capolavori giovanili e adagiatosi poi su tante scelte mediocri.
Inutile e dannoso.
