Venezia 2026. Scherzetto

Scherzetto **1/2

Tratto dal romanzo omonimo di Domenico Starnone, Scherzetto segna la settima collaborazione tra Mario Martone e Toni Servillo.

Se Morte di un matematico napoletano ha rappresentato per entrambi l’esordio cinematografico nel 1992 dopo la comune esperienza di Teatri Uniti, questo piccolo film napoletano appare come il più imprevedibile dei loro lavori.

Daniele Mallarico è un celebre illustratore napoletano, trasferitosi a Milano da molti anni, ormai vedovo, che ritorna nella sua città per qualche giorno, con il compito di prendersi cura del nipote Mario, in occasione di una breve assenza dei suoi genitori Saverio e Betta.

Reduce da una piccola operazione, si ritrova nella vecchia casa di famiglia vicino alla Ferrovia, nella quale è cresciuto e in cui ora vive la figlia, professoressa universitaria.

Nel frattempo il suo editore gli ha commissionato delle tavole per il libro The Jolly Corner di Henry James, ma non sembra convinto della direzione intrapresa da Daniele: i disegni sarebbe troppo scuri, mentre vorrebbe qualcosa di più brillante, con maggior ossigeno.

Mario è un bambino sveglio, lo accompagna per un giro nelle strade che Daniele attraversava per andare a scuola e poi gioca con lui.

Nella notte tuttavia i fantasmi della casa si affollano nella mente di Daniele, influenzando il suo lavoro. Emergono volti e momenti di un tempo perduto.

Una finestra difettosa lo imprigiona per lunghe ore sul balcone della camera di Mario, mentre invano cerca di farsi aprire dal nipotino.

Il lavoro di Martone è film piccolo piccolo, quasi a misura del suo giovanissimo co-protagonista, tuttavia ha la forza di lasciare emergere immagini ed emozioni sepolte. Scherzetto è una storia fantasmi proprio come quelle di James. Il cinema ha spesso individuato nell’incontro tra personaggi lontanissimi d’età uno strumento narrativo particolarmente efficace per smuovere le rigidità dei personaggi, mettere ciascuno nei panni dell’altro, creare percorsi formativi imprevedibili, lasciando emergere differenze e somiglianze, scardinando resistenze e ribaltando prospettive.

In qualche modo accade anche questa volta, con il piccolo Mario che insegna al nonno, senza volerlo, come disegnare la paura.

Martone entra nel mondo popolare di Starnone in punta di piedi, ma ha la sensibilità per regalarci almeno due grandi scene, quella del piccolo bar di quartiere, in cui tutto sembra conservato in un altrove prossimo e misterioso, e quella del panaro con cui Mario presta i suoi giocattoli al bambino che abita ai piani inferiori, creando motivi di imbarazzo e accuse fuori contesto, nei rispettivi genitori.

Toni Servillo interpreta un personaggio maturo, affaticato, che ha nascosto la rabbia di un tempo dietro la matita. Ma il suo ritorno a Napoli lascia riemergere letteralmente i fantasmi di una storia personale con cui forse non ha fatto davvero i conti.

Il film è tutto nei suoi duetti con il piccolo Lorenzo Perrotta, che sembra stare al gioco con tutta l’imprevedibilità bizzosa di un bimbo.

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