Venezia 2026. Un po’ di luce

Un po’ di luce **1/2

Arash, un medico iraniano a cui la polizia politica ha chiuso lo studio e revocato la licenza, per aver soccorso dei giovani manifestanti picchiati e feriti, decide di togliersi la vita.

Lo comunica al fratello e alle sorelle più piccole. Cede la sua auto, regala le sue piante e il gatto, si offre alle loro domande purché non si trasformino una predica.

Qualcuno piange, qualcuno lo rimprovera di non scaricare mai la tensione accumulata, qualcun altro gli chiede un solo motivo valido e incontestabile che giustifichi una decisione così radicale.

Nel frattempo la moglie di un suo paziente ha bisogno di una ricetta con urgenza e la madre di uno dei ragazzi che ha soccorso la notte in cui la sua vita è stata sconvolta, gli chiede di continuare a curare il figlio, le cui ferite avrebbero bisogno di assistenza ospedaliera.

La polizia lo tiene d’occhio per strada e i colleghi medici si rifiutano di dargli una mano, anzi lo rimproverano per essere intervenuto.

L’ultima tappa della lunga giornata del protagonista è a casa dell’anziana madre.

Il nuovo film di Asgari elimina quasi ogni traccia della leggerezza del precedente Divine Comedy, per farsi apologo cupo e disorientato di un Paese in cui “ci si sveglia la mattina e non si sa se si vedrà la sera”.

Tutti aspettano gli attacchi di Trump, ma la repressione più odiosa è quella delle guardie di regime. In una società in cui la stretta teocratica è sempre più insopportabile e in cui le madri piangono i figli perduti, scambiando matrimoni e funerali, si può ridere ormai solo del presidente americano.

Per molti versi debitore del cinema di Kiarostami e Panahi, severo nella messa in scena che evita quasi ogni movimento inutile, restando sui personaggi anche nei lunghi camera car e negli interni familiari, quasi a volerne scavare le angosce, Un po’ di luce è un film sui piccoli gesti che ci tengono aggrappati alla vita.

Rivendicando una libertà di scelta scandalosa e insondabile, Asgari sembra volerci dire che in fondo nessuno è un’isola. La nostra esistenza è connessa a quella degli altri, che dipendono da noi, che ci sono affezionati, che ci manifestano compassione e che si prendono cura di noi o si aspettano le nostre attenzioni.

In un Paese in perenne conflitto con sé stesso e col mondo, le persone continuano a resistere, a indagare la vita, a creare piccole occasioni di speranza, nonostante la sofferenza e il dolore, la paura e le incertezze.

Anche il protagonista Arash, così sicuro delle sue volontà, troverà forse nel pianto di una madre, in una carezza inattesa o in un ballo spensierato, i motivi per superare la disperazione.

Misagh Zareh, già protagonista de Il seme del fico sacro di Rasoulof, è il dolente medico protagonista.

In Italia con Teodora Film.

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