15/18 – A Place to Heal **1/2
Un reparto di psichiatria per adolescenti, tra i 15 e i 18 anni.
I responsabili Paola e Etienne, lo stagista Jules appena arrivato, la caposala Carole, e poi tanti ragazzi difficili.
La prima che incontriamo è Lucia, che ritorna dopo molti altri ricoveri: un’infanzia di abusi da parte del patrigno, fughe, prostituzione, aggressività, troppi tentativi di suicidio.
Pian piano scopriremo le storie anche degli altri: Camelia, i cui genitori non accettano la sua omosessualità, Marvin che ha avuto un episodio psicotico grave, Ulysse che è schizofrenico, Eloise che ha problemi con il cibo, Enzo che prima di buttarsi da un ponte ha chiamato l’ambulanza.
In Isolamento da due mesi c’è il misterioso Jules, detto Hannibal: nessuno l’ha visto.
Kahn racconta con mano sicura e impressionista la quotidianità del reparto, le sue piccole e grandi crisi, personali e professionali, gli incontri, le terapie non solo farmacologiche, lo sconforto dei medici e quello dei pazienti, la distanza delle famiglie e le necessità dei ragazzi.
Poi in questo spazio sicuro, da cui è difficile staccarsi, sembra nascere un sentimento. Che provoca evidentemente gelosie e decisioni irreparabili.
Tra La classe di Cantet e Jeunes mères dei Dardenne, ma anche A testa alta di Bercot o Polisse di Maiwen, il cinema francese sembra essere l’unico in grado di restituire davvero il realismo degli spazi sociali e civili, in cui la cura dei più fragili sembra trovare qualche provvisoria risposta.
Denso e dialogico, sempre addosso ai suoi personaggi, schiacciando gli ambienti sullo sfondo, quasi a volerne enfatizzare la natura chiusa, assieme protettiva e repressiva, il film vive grazie al suo senso di umanità, di compassione e anche ad un certo afflato libertario.
I protagonisti raccontano molto di sè e quasi involontariamente del contesto personale e familiare da cui provengono, le loro difficoltà sono diverse, le risposte di chi li ha preso in carico altrettanto differenti.
15/18 non ha tuttavia il coraggio di chiudere nel momento giusto, quando la rottura dello spazio di cura prelude a una fuga collettiva, prolungandosi invece in una coda inutilmente didascalica, che poco aggiunge a quanto visto e che sceglie una nota cupa e problematica, invece di lasciare la porta aperta verso un futuro diverso per i suoi ragazzi.
Kahn gira con sguardo attento, non nasconde la sua complicità con i personaggi che mette in scena, si mette al loro livello e si interroga continuamente su quale sia il modo giusto per raccontarli.
Forse 15/18 non aggiunge elementi nuovi rispetto a quanto già sapevamo di un certo cinema francese, eppure quel modo di attraversare la realtà resta efficace, onesto, autentico.
