Mr. Nelson, Did You Kill People? **1/2
Un altro racconto di guerra per Tsukamoto, che questa volta si sposta nell’America degli anni ’60, per adattare l’autobiografia di Allen Nelson, marines volontario durante la Guerra del Vietnam, reduce traumatizzato dalla violenza assorbita durante l’addestramento e poi nella giungla, infine testimone delle atrocità commesse in tante conferenze e incontri, nel suo Paese, ma non solo.
Quando incontriamo Allen è un giovane veterano da poco tornato a casa, ma vive isolato da tutti in un edificio abbandonato, con la sola compagnia di un gatto.
L’incontro con una sua vecchia compagna di classe, ora insegnante, che lo invita a raccontare ai suoi piccoli studenti la sua esperienza e le infinite sedute di terapia con il Dott. Daniels sono le chiavi narrative che consentono a Tsukamoto di ricostruire attraverso lunghi flashback lo shock traumatico della guerra.
Quando una bambina gli chiede “Mr. Nelson, Did You Kill People?” il fragile equilibrio di Allen si spezza definitivamente.
Scopriremo solo alla fine la risposta del reduce, ma nel frattempo avremo visto il suo addestramento, il periodo trascorso a Okinawa, in attesa di raggiungere il fronte, quindi il primo attacco e la prima uccisione, la fine della paura e le atrocità commesse su donne, bambini, anziani, vietcong, indistintamente.
Assistere a un parto, in una buca nascosta del terreno, cambierà il suo atteggiamento, portandolo a collaborare segretamente nelle ultime settimane del suo tour con i locali.
Nonostante l’affetto della moglie Linda e del figliastro Sean, il percorso terapeutico e civile sarà lunghissimo, pieno di inciampi, segnato solo alla fine dall’ammissione delle proprie responsabilità: “Ho ucciso perchè volevo uccidere”.
Da quello e da un incontro occasionale con la classe di Sean, nasce un secondo tempo nella vita di Allen, fatto di testimonianze, incontri, confessioni, soprattutto in Giappone, ma anche in Vietnam, come ci ricordano l’ultimo atto del film e le didascalie finali.
Lo stile esplosivo e melodrammatico Tsukamoto, la sua ossessione per la brutalità animale degli uomini in conflitto, l’attenzione alle conseguenze psicologiche e morali della guerra, l’alienazione del soldato – forme e temi su cui ha costruito molti dei suoi capolavori – devono confrontarsi questa volta con una storia interamente americana, all’interno di un genere che il cinema a stelle strisce ha frequentato a lungo dopo la fine della “sporca guerra”.
Non tutto sembra funzionare davvero: se la parte ambientata sul campo di battaglia è cruenta e oscena come ce l’aspetteremmo e quella della terapia è efficacissima grazie anche alla presenza di un redivivo Geoffrey Rush, meno a fuoco appaiono le scene di Nelson con la sua famiglia e un po’ pleonastico appare l’ultimo atto che racconta il ritorno in Vietnam di Allen ormai anziano conferenziere.
Dopo il magnifico incontro fra Nelson e la classe di Sean, costruito tutto nel silenzio, attraverso i volti degli studenti di fronte alle parole mute del protagonista, è finalmente chiaro quale sia il ruolo di Allen.
Tsukamoto sembra non fidarsi davvero e indulge in un didascalismo che spesso rimproveriamo al cinema americano.
Mark Merphy interpreta Allen da giovane e in guerra ed è formidabile. Assai meno interessante l’interpretazione del baritono Rodney Hicks, al suo secondo film, che Tsukamoto impegna in un tour de force di commossi primi e primissimi piani che avrebbe messo in difficoltà un veterano.
Il film ha un afflato emozionale particolarmente forte, che la colonna sonora di Ermhoi e la fotografia contrastatissima e virata nei colori terrosi giallo, seppia e ocra sembrano esaltare ancora di più.
La storia di Allen Nelson avrebbe forse meritato un film più severo, controllato, malinconico, ma sono critiche impossibili da fare a Tsukamoto: il suo è sempre stato un cinema d’assalto dei sensi, ipercinetico, evocativo, surreale, che ha continuato a indagare senza sosta nei recessi della psiche tormentata degli uomini che hanno subito l’atrocità della guerra.
