Venezia 2026. Nessun dolore

Nessun dolore *

David, un libraio solitario che lavora in un chiosco di testi usati in una piazza di Roma, viene scelto per strada, durante una pausa, da un sans papier che gli affida suo figlio.

Il ragazzino che non ha un nome, non parla, rifiuta il cibo e i soldi di Davide, lo segue come un’ombra suscitando lo sconcerto del protagonista.

Nel tentativo di allontanarlo da sè, Davide lo spinge in strada dove un motorino lo travolge.

L’uomo molla la bancarella e si precipita in ospedale, ma il bimbo muore, lasciandogli un senso di colpa che compensa ospitando quella notte, nel suo appartamento, Aminah, una ragazza incinta, cacciata in malo modo dalla sala d’aspetto del pronto soccorso.

Solo che il giorno dopo, quando ritorna a casa, ci trova altre tre persone: “madre, nonno e fratello” della ragazza. La situazione tuttavia peggiora ulteriormente quando gli ospiti si moltiplicano, occupando tutti gli spazi della vecchia casa di Davide e costringendolo prima a rintanarsi nella sua stanza, quindi a dormire una notte in mezzo ai libri della sua bancarella.

La mattina dopo la polizia lo arresta.

Gli unici che sembrano comprendere il suo tormento sono una professoressa universitaria, Elsa, sua cliente, e il funzionario della camera mortuaria dell’ospedale.

Il film di Amelio, scritto con Davide Serino con Andrea Quetti è francamente improponibile, persino nel fuoriconcorso della Mostra in cui Barbera e i selezionatori l’hanno posizionato.

Dopo essere stato il più importante e profetico regista italiano degli anni ’80 e ’90 – almeno da Colpire al cuore fino a Le chiavi di casa – riuscendo a raccontare con lucidità straordinaria gli anni del boom economico e quelli del fascismo, il terrorismo e la prima ondata di migranti degli anni ’90, il Paese ferito e scosso da Tangentopoli e dalle stragi di mafia, Amelio continua a scegliere soggetti che assecondino la presa sulla realtà, questa volta occupandosi di immigrazione, integrazione, emarginazione.

Tuttavia questa volta il melodramma diventa ben presto insostenibile, le svolte narrative talmente forzate da suonare implausibili, il contesto così esemplare da sfiorare il ridicolo involontario.

Non solo, ma il meccanismo narrativo del senso di colpa, spesso centrale nei film di Amelio, assomiglia qui piuttosto a una sorta di ricatto morale verso il suo protagonista. Che senso avrebbe altrimenti spingere l’accoglienza fino al punto di occupare ogni spazio vitale della casa di Davide? E davvero nel nostro sistema giudiziario si va in prigione per aver ospitato una trentina di clandestini per una notte e lo si fa “senza avvocato”?

Spesso l’autorità e la burocrazia sono state raccontate da Amelio come nemiche del buonsenso, basterebbe ricordare Ladro di bambini o Porte Aperte, ma qui siamo all’assurdo.

La credibilità del racconto cede continuamente alla necessità di farsi emblematico.

Borghi è talmente sofferente e velleitario da non consentire alcuna identificazione, Golino appare completamente fuori parte, bravissimo come sempre Mastandrea, ma il suo è il ruolo più piccolo del film.

Come spesso accade nei film di Amelio, professionisti e attori presi dalla strada coabitano negli spazi del set, tuttavia qui i secondi sono così marginali da restare schiacciati dai primi.

Assieme a L’intrepido, Nessun dolore mi pare il film più fuori fuoco di Amelio, lontano anche dai recenti Il signore delle formiche e Campo di battaglia, prodotti come quest’ultimo dalla Kavac di Marco Bellocchio.

Irricevibile.

E tu, cosa ne pensi?

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.