Venezia 2026. Jupiter

Jupiter **

Thriller fantapolitico e apologo apocalittico sulle responsabilità delle potenze nucleari, Jupiter, sembra essere il controcanto di A House of Dynamite di Kathryn Bigelow.

Il nuovo presidente della repubblica francese Paul Archambault, che ha perduto la figlia Anais proprio nel giorno del suo giuramento, deve affrontare una lunga giornata di crisi internazionale che comincia con un attentato al Premier Russo Chernov, attribuito al presidente ucraino Kovalenko.

La riunione in collegamento dei leader della NATO vede sfilarsi gli Stati Uniti mentre i paesi dell’est europeo insistono perché la risposta comune all’ultimatum russo lanciato dopo l’attentato fallito sia ferma e proporzionata.

Archambault è l’unico che può convincere Kovalenko a desistere e chiudere un accordo lampo con Chernov, ma il presidente ucraino rifiuta ogni trattativa “con la pistola alla tempia”.

Nel frattempo la Russia lancia un’atomica dimostrativa nel Mar Nero.

Tra i consiglieri di Archambault le posizioni appaiono distanti: il primo ministro e il capo di stato maggiore vorrebbero evitare di esasperare l’escalation atomica, soprattutto perché l’integrità del territorio francese non è direttamente minacciata dalla Russia. Il ministro degli esteri insiste invece perché il presidente minacci e poi utilizzi l’arsenale in funzione dissuasiva e preventiva.

Lo scontro continua a lungo, fino a quando un altro lancio russo, diretto questa volta su obiettivi ucraini, spinge Archambault in un angolo.

Il film di Alexandre Smia è sostanzialmente un dramma da camera chiusa, con un gruppo di attori francesi formidabili, costretti prima sull’aereo presidenziale e quindi all’interno del bunker sotto l’Eliseo, nel tentativo di convincere il presidente (Denis Menochet) a prendere la decisione giusta.

Se A House of Dynamite assecondava il talento ipercinetico di Bigelow, riproponendo più volte lo stesso countdown atomico da prospettive e punti di vista diversi, qui il riferimento è il mastodontico presidente e la sua impenetrabilità. D’altronde in una Repubblica Presidenziale come quella francese l’unico a poter mettere il dito sul pulsante atomico è il capo dello stato.

A lungo si dibatte dei limiti della dottrina nata ai tempi della guerra fredda, del principio della deterrenza e della mutua distruzione che provocherebbe l’utilizzo dell’arsenale atomico.

Neppure i bluff finali sembrano funzionare, per evitare l’escalation.

Il film di Smia si spinge un passo oltre Bigelow e ipotizza responsabilità, risposte e confroffensive, ma sempre dall’interno del bunker. La realtà della gente comune rimane sempre estranea. Le sensibilità personali non inficiano il processo decisionale, che si gioca tutto sul ruolo della Francia all’interno dello scacchiere internazionale.

Troppa realpolitik nel film di Smia e un presidente che pian piano perde qualsiasi tratto umano sino ad assumere fattezze mostruose e impersonali.

Il film è ambiguo, guerrafondaio, solo apparentemente equilibrato tra le due posizioni, dimostrando ben presto di preferirne una.

Eppure è legittimo ipotizzare, nel quadro degli scenari geopolitici attuali, che quello che è sempre stato scongiurato, fin dalla crisi dei missili sovietici a Cuba, potrebbe invece accadere ora.

Non è più il tempo della desistenza e del disarmo, della diplomazia e della trattativa.

Come insegnava Čechov, se nel primo atto di una storia compare una pistola, l’arma finirà per sparare…

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