Venezia 2013. L’intrepido

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L’intrepido *1/2

Gianni Amelio è stato l’ultimo vincitore italiano del Leone d’Oro, quindici anni fa con il capolavoro incompreso Così ridevano.

Forse il migliore tra i registi italiani che hanno cominciato a fare cinema negli anni ’80, Amelio è stato a lungo un faro in anni difficili e deludenti. Con Colpire al cuore, Porte aperte, Il ladro di bambini, Lamerica, ha scritto pagine memorabili del nostro cinema, con una preziosa radicalità di sguardo sul nostro paese e con una capacità profetica nel racconto di padri e figli impossibili.

Purtroppo nel suo ultimo L’intrepido, modellato sul corpo attoriale di Antonio Albanese, non c’è più nulla di tutto questo.

Sì, ci sono ancora un padre ed un figlio, da soli. Ma il contesto, lo stile, la forza del racconto sono completamente assenti.

La scelta di cucire il film addosso al suo protagonista porta il film in una zona morta: occorrerà dire, una volta per tutte, che Antonio Albanese non è in grado di reggere ruoli da protagonista. La macchina da presa non lo ama, nonostante gli sforzi di Bigazzi, il suo è un volto anonimo, da caratterista minore, soprattutto quando evita il registro comico-grottesco dei suoi personaggi e si chiude in quell’espressione attonita, di dolcezza appiccicosa e vuota, come ne L’intrepido.

Antonio Pane ha perso il lavoro a cinquant’anni. Si aggira per una Milano cupa e respingente, per svolgere i lavori più diversi: grazie ad un amico che gestisce una palestra di boxe, sostituisce per poche ore o per un paio di giorni, lavoratori ammalati, che devono fare una visita, che devono andare ad un matrimonio o ad una comunione.

Gli capita di fare l’operaio su un cantiere, di guidare il tram di notte, di ripulire lo stadio di San Siro dopo una  partita. Ad un concorso pubblico conosce una ragazza, perduta alla vita, misteriosa e triste, di cui si innamora.

Antonio vive solo, separato dalla moglie che si è risposata con un losco trafficante di protesi, dalla faccia e dal conto in banca rispettabile. L’unica compagnia è quella del figlio, che studia il sassofono al conservatorio e suona in una band. La sua muscia è forse l’unica gioia di Antonio.

Il film parte leggero, come una commedia chapliniana, sfruttando la naiveté del suo protagonista, ma poi pian piano comincia ad accumulare una serie di temi che rimangono sospesi, solo accennati, come in un bigino superficiale della Milano del terzo millennio: c’è il suicidio dei ricchi despressi, c’è la pedofilia, c’è la denuncia del malafare e dello sfruttamento del lavoro e quella delle società paravento per riciclaggio e corruzione, ci sono i media sciacalli, c’è il dramma personale e familiare e la deriva di chi ha perso tutto, persino la speranza.

L’intrepido deraglia in tragedia, fa una deviazione inutile a Tirana (Albanese in Albania?!) e poi improvvisamente rimette assieme padre e figlio in un finale incomprensibile, posticcio, che chiude un film che si vorrebbe dimenticare in fretta, archiviandolo come un errore grossolano.

Il problema del film è certamente nella sceneggiatura scritta da Amelio con Davide Lantieri, che affastella scene madri dai dialoghi improbabili, senza un filo conduttore e si affanna in cerca di una svolta narrativa che non arriva mai.

La scelta di fare del protagonista un essere lunare sempre a cuor contento, uno sciocco dallo sguardo languido, che sembra uscito da un libro di De Amicis, non riesce mai davvero ad appassionare.

Antonio Pane arriva sempre dopo, non capisce il mondo che lo circonda e non può quindi nè adeguarsi nè combatterlo. E neppure indignarsi. Accetta tutto, supino, persino il losco traffico dei bambini.

Non a caso tutto finisce per andare in frantumi: la sua famiglia, il figlio, la ragazza di cui si è innamorato.

Gli attor giovani (Livia Rossi e Gabriele Rendina) hanno due parti così mal scritte, che penalizzano anche il loro limitato talento.

Quanto ad Amelio si stenta a credere che dietro la macchina da presa ci sia lui, tanto anonima e confusa è la messa in scena, a cui non giova neppure la fotografia del grande Luca Bigazzi.

Un’altra delusione del concorso.

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3 pensieri riguardo “Venezia 2013. L’intrepido”

  1. Penso che il film di Amelio meriti più attenzione e uno sguardo diverso: è una favola contro il cinismo e la rassegnazione. Un’alternativa poetica al piatto neorealismo, un po’ troppo ansiogeno, dell’ultimo cinema italiano. Non tutto è riuscito, è vero, ma è una scommessa di grande interesse affidata ad un attore molto duttile, e secondo me bravo, come Albanese.

    1. Al pubblico che lo ha visto in sala in questo weekend e che ne ha scritto qui e sui social network il film è piaciuto di più che alla platea del Festival. Chissà, forse è l’appeal di Albanese, forse il contesto della Mostra lo ha penalizzato, forse le interviste ad Amelio lo hanno reso più comprensibile. A me continua a sembrare un film sbagliato per molti motivi, ma soprattutto nella scrittura di un protagonista drammaticamente passivo rispetto alla vita, non uno Charlot del XXI secolo, ma semmai un ignavo che si arrabatta, senza comprende nulla di quello che lo circonda. Non solo nel mondo del lavoro, incomprensibile a molti, purtroppo, ma nemmeno nei rapporti sociali e familiari, che infatti sono un fallimento assoluto. Ed in questo il tono lunare, scelto da Albanese, per interpretare Antonio Pane non aiuta…

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