Dopo aver attraversato la corruzione istituzionale di Unit 7, i paesaggi morali paludosi di La isla mínima e l’universo concentrazionario della Transizione in Prigione 77, Alberto Rodríguez torna ancora una volta a confrontarsi con personaggi sospesi ai margini del sistema. Le tigri di mompracem – no, Salgari non c’entra nulla – prende la forma del thriller, ma affonda le proprie radici in un cinema profondamente interessato al lavoro, alla fatica e alla sopravvivenza quotidiana. Il risultato è uno dei film più maturi del regista andaluso, capace di fondere racconto di genere e osservazione sociale con una naturalezza impressionante.
L’idea di partenza possiede una forza quasi romanzesca. Antonio, soprannominato “il Tigre”, è un sommozzatore industriale che lavora nel porto di Huelva insieme alla sorella Estrella. Quando un incidente mette in discussione la sua carriera, i due si imbattono in un carico di cocaina nascosto nello scafo di una petroliera. Da quel momento il film scivola progressivamente verso il noir criminale, mantenendo però sempre saldo il legame con la concretezza del mondo rappresentato.
La grande intuizione della sceneggiatura scritta da Rodríguez insieme al fedele Rafael Cobos consiste nell’aver scelto come protagonisti i sommozzatori industriali, una comunità raramente raccontata dal cinema. Il film si immerge letteralmente nei ritmi, nel gergo e nelle procedure di questo mestiere estremo, trasformando il lavoro sott’acqua in una dimensione quasi mitologica. Le immersioni diventano discese negli abissi fisici e morali, esperienze sospese tra disciplina, paura e dipendenza dal rischio. Rodríguez ha raccontato di aver osservato a lungo i professionisti del settore prima di scrivere il film, affascinato da quello che definisce un universo quasi sacrale.
È proprio qui che il cinema di Rodríguez mostra la sua continuità con La isla mínima. Anche allora il paesaggio era molto più di uno sfondo. Le paludi del Guadalquivir assorbivano i personaggi e ne riflettevano le zone d’ombra. In Le tigri di Mompracem il mare svolge una funzione analoga. Le acque torbide del porto di Huelva, gli scafi giganteschi delle petroliere, le infrastrutture industriali che dominano l’orizzonte compongono un ambiente ostile e affascinante, fotografato magnificamente da Pau Esteve.
Rispetto a Prigione 77, invece, cambia il respiro narrativo. Là Rodríguez costruiva una macchina drammatica fondata sul conflitto politico e collettivo; qui il racconto si restringe attorno a una relazione familiare. Il centro emotivo del film è infatti il legame tra Antonio ed Estrella, fratello e sorella uniti da una dipendenza reciproca che oscilla continuamente tra affetto, protezione e rancore. La loro relazione possiede una densità emotiva che finisce per prevalere persino sugli elementi thriller della vicenda.
In questo senso il contributo degli interpreti risulta decisivo. Antonio de la Torre conferma ancora una volta di essere il volto ideale del cinema di Rodríguez. Da anni il loro sodalizio produce personaggi segnati dalle contraddizioni, uomini che sembrano consumarsi dall’interno mentre cercano ostinatamente di andare avanti. Qui l’attore lavora soprattutto sulla fisicità: il corpo provato dalle immersioni, il respiro affannoso, la consapevolezza che il tempo stia esaurendosi. Ogni gesto comunica stanchezza e determinazione.
Accanto a lui, Bárbara Lennie costruisce una Estrella trattenuta e malinconica, figura apparentemente secondaria che finisce per diventare il vero contrappeso morale del racconto. Lennie – protagonista anche di Amarga Navidad di Almodovar – evita qualsiasi enfasi e affida tutto a minime variazioni di sguardo e postura, componendo uno dei personaggi più riusciti della sua carriera recente.
Come nei migliori lavori del regista sivigliano, la scrittura di genere funziona perché nasce da un contesto preciso e riconoscibile. Il traffico di droga, la criminalità portuale, i debiti e la precarietà economica non rappresentano semplici meccanismi narrativi. Sono la conseguenza diretta di un ambiente sociale dove il lavoro logora i corpi e offre poche prospettive. Il thriller emerge quasi spontaneamente da questa realtà, senza forzature.
Le tigri di Mompracem probabilmente non possiede l’impatto rivoluzionario di La isla mínima, che resta uno dei vertici del cinema spagnolo contemporaneo, ma conferma una qualità sempre più rara: la capacità di raccontare storie popolari senza rinunciare alla complessità dei personaggi e dei luoghi. Rodríguez continua a esplorare la Spagna periferica, quella dei lavoratori invisibili e delle esistenze consumate dalla necessità, trovando ogni volta un nuovo punto di osservazione. Questa volta guarda verso il fondo del mare e vi scopre un mondo che sembra appartenere a un’altra epoca. Un mondo durissimo, governato dalla solidarietà e dalla paura.


