Obsession

Obsession ***

“Vorrei che Nikki mi amasse più di ogni altra cosa al mondo”.

E’ questo il desiderio che esprime l’imbelle e impacciato Bear, impiegato in un negozio di strumenti musicali, innamorato da anni dell’amica e collega Nikki. Lo vediamo nella prima scena del film provare una sdolcinata e soffocante dichiarazione d’amore, con la cameriera di un diner e con l’amico Ian, un altro dei suoi colleghi di lavoro.

E’ troppo timoroso per dirlo a Nikki per davvero e anche quella notte, quando la riaccompagna a casa dopo una serata passata assieme, le parole sembrano morire sulla sua bocca. Incapace di dichiararsi apertamente e convinto che la felicità coincida con il coronamento della propria fantasia romantica, esprime un desiderio attraverso un token maledetto. Quando il desiderio si realizza, per lui e per Nikki diventa un’ossessione divorante e disturbante.

Obsession di Curry Barker sceglie di mettere in scena l’ansia contemporanea per le relazioni, l’incapacità sociale, il legame morboso e tossico che avvelena i rapporti, accentuando drammaticamente il tema, senza filtri e senza mediazioni.

Un po’ come accadeva in It Follows di David Robert Mitchell, il desiderio diventa una maledizione: i personaggi sono incapaci di distinguere tra amore e possesso, tra desiderio e controllo, tra vicinanza emotiva e dipendenza affettiva. Un tema che Barker affronta servendosi di una struttura horror apparentemente semplice, per arrivare a una riflessione sorprendentemente acuta sulle relazioni nell’epoca della solitudine digitale.

L’intuizione più interessante di Barker consiste nel trasformare la tradizionale fantasia romantica in un incubo di progressiva cancellazione dell’identità. Nikki non diventa semplicemente una donna innamorata, ma perde progressivamente ogni memoria di sé, ogni spazio di autonomia. In una delle scene più disturbanti, la vediamo immobile a casa di Bear, nel suo giorno libero, osservare la porta con un sorriso stampato in faccia attendendo per ore il ritorno del suo amato dal lavoro.

La donna che Bear desiderava smette di esistere come individuo autonomo e si trasforma in una proiezione dei suoi bisogni. È qui che Obsession rivela la propria natura più profonda. L’orrore non nasce dalla presenza soprannaturale, ma dalla logica stessa del desiderio possessivo. Il film racconta la tentazione di modellare l’altro secondo le proprie aspettative e mostra le conseguenze devastanti di quella pulsione.

Negli ultimi anni il dibattito sulle relazioni è stato profondamente influenzato dai social network, dalle dinamiche parasociali e da una cultura digitale che spesso incoraggia l’idealizzazione dell’altro: Bear appartiene precisamente a questo universo emotivo, si percepisce come una persona gentile, sensibile, rispettosa, è convinto che i suoi sentimenti siano puri.

Barker ha l’intelligenza di non trasformarlo in un mostro, disseminando in tutti i personaggi tratti problematici. Bear è un ragazzo ordinario, il più classico dei “nice guy“, figura ormai centrale nell’immaginario relazionale contemporaneo.

È impossibile comprendere pienamente Obsession senza considerare il percorso del suo autore. Curry Barker proviene da YouTube, dove insieme a Cooper Tomlinson ha costruito una vasta comunità attraverso sketch, cortometraggi e progetti indipendenti. Prima di arrivare al cinema ha già dimostrato una notevole capacità nel manipolare i linguaggi della rete, soprattutto con lavori come The Chair e Milk & Serial, opere che avevano conquistato un seguito importante proprio grazie alla loro capacità di trasformare situazioni quotidiane in incubi psicologici.

In Obsession questa provenienza emerge continuamente. Non tanto nell’estetica low budget, che Barker gestisce con sorprendente maturità, quanto nel ritmo del racconto. Il film possiede una qualità peculiare: sembra conoscere perfettamente il modo in cui le immagini vengono consumate online. I cambi di tono improvvisi, il montaggio irregolare, la capacità di alternare comicità e disagio ricordano il linguaggio di una generazione cresciuta tra YouTube, meme, creepypasta e video virali. Alcuni registi provenienti dalla rete tentano di nascondere le proprie origini una volta approdati all’industria cinematografica. Barker fa l’opposto: le integra nel proprio stile.

Anche per questo Obsession riesce a intercettare una sensibilità molto contemporanea. L’ansia che attraversa il film non riguarda soltanto la paura di perdere qualcuno, ma quella di non riuscire mai a stabilire un rapporto autentico. I personaggi comunicano continuamente, ma si comprendono poco. Confondono il bisogno di essere amati con il diritto di esserlo. Cercano continue conferme invece di confrontarsi con l’incertezza e accettare il dubbio. Il soprannaturale agisce allora come una scorciatoia tossica: la promessa di eliminare ogni ambiguità emotiva.

Dal punto di vista registico Barker dimostra una sicurezza sorprendente per un autore così giovane. Pur lavorando con mezzi relativamente limitati e sotto la supervisione di Jason Blum e della sua Blumhouse, costruisce immagini disturbanti senza affidarsi esclusivamente ai jump scare o all’accumulo di violenza. La tensione nasce soprattutto dalla deformazione progressiva della normalità. Quando Nikki perde la propria autonomia e diventa la manifestazione fisica dell’ossessione di Bear, il film raggiunge i suoi momenti più perturbanti proprio perché mette in scena qualcosa di emotivamente riconoscibile.

Non tutte le implicazioni del racconto vengono sviluppate con la stessa profondità. In alcuni passaggi Barker sembra più interessato all’efficacia dell’idea che alle sue conseguenze psicologiche. Tuttavia questa parziale irrisolutezza finisce quasi per rafforzare il carattere generazionale dell’opera. Obsession è un film nato dentro il caos emotivo del presente e conserva volutamente parte di quel disordine.

Al di là dell’enorme successo commerciale che lo ha trasformato in uno dei fenomeni cinematografici del 2026, Obsession colpisce perché riesce a intercettare la paura autentica di vivere relazioni sempre più mediate dall’immaginazione, dall’aspettativa e dalla proiezione di sè. Curry Barker utilizza l’horror per ricordarci che amare qualcuno significa accettarne l’alterità. Quando il desiderio prende il posto dell’ascolto, resta soltanto il fantasma di una relazione. Ed è proprio quel fantasma che continua a infestare il film molto tempo dopo i titoli di coda.

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