La fine di Oak Street

La fine di Oak Street **

In un tranquillo sobborgo americano dei primi anni ’80, vivono i Platt, padre, madre, due figli appena adolescenti.

Le cose in famiglia sono complicate, i genitori sono sul punto di separarsi, Greg ha perso il suo lavoro e si arrabatta consegnando pizze, la moglie Denise sta scrivendo segretamente nel seminterrato un romanzo che racconta la loro crisi, la figli più grande Audrey è appassionata di stelle e segue Carl Sagan in televisione, sognando di poter andare alla Cornell, e il più piccolo Brian l’ha combinata grossa rompendo un braccio a uno dei suoi compagni di classe.

Durante la festa di Oak Street, la strada in cui abitano, le tensioni vengono a galla. Tuttavia quella notte uno strano fascio di luce scombussola le loro vite e non solo.

Al risveglio il loro quartiere si ritrova trasportato in un tempo diverso, milioni di anni prima, circondato da un natura selvaggia, popolata di dinosauri e predatori feroci.

Sopravvivere è solo una opzione temporanea. Ma sarà possibile ritornare al Novecento?

Il nuovo quarto film scritto e diretto dal cinquantenne David Robert Mitchell risente pesantemente della produzione di J.J. Abrams e della sua Bad Robot.

I Platt sembrano usciti da un film Amblin degli anni ’80, persone comuni in circostanze straordinarie, con il padre sempre ottimista e un po’ ottuso e la moglie la cui creatività frustrata si accompagna ad una visione laica dei problemi.

Qualsiasi altro elemento e personaggio oltre a loro quattro è destinato ad una funzione narrativa precisa – dal vicino odioso, alla bibliotecaria salvifica, dalla giovane vicina afroamericana rimasta orfana, che attrae i desideri dei due ragazzi, al cane che arriva al momento giusto per smuovere la storia due volte.

Il film è un divertissement curioso, che nasce nello stesso detestabile brodo culturale di Stranger Things e che si propone come popcorn movie estivo senza pretese, costruito con ingredienti noti e spaventi contenuti.

Mitchell soprattutto nella prima parte si diverte con lo Split Diopter in cui De Palma era maestro, riempiendo il film di inquadrature in cui al primo piano di uno dei personaggi su un lato si contrappone un campo medio con altri personaggi perfettamente a fuoco sull’altro.

Difficile inquadrarlo nella filmografia del suo regista che pure è passato dagli sleepover dell’esordio misconosciuto a uno degli horror seminali del secolo per poi naufragare in un neo-noir losangelino che tutti hanno preferito dimenticare.

Dopo otto anni di purgatorio questo La fine di Oak Street sembra più che altro un tentativo di rimettersi in carreggiata, dando una svolta facile ad una carriera deragliata.

La Warner probabilmente spera che prenda la scia dei due enormi blockbuster estivi, ma in tutta onestà mi pare che il film arrivi fuori tempo massimo e sia figlio di un modo di intendere l’intrattenimento popolare che è ormai venuto a noia a tutti.

Le biciclettine, le camerette coi poster e i walkman, il fantastico come evasione e come sfida, l’adolescenza infinita di ragazzi e adulti, il pop pieno di synth di quegli anni – qui Valerie di Stevie Windood: insomma un campionario di cose viste, riviste, straviste, di cui non sentivamo francamente la necessità.

Ci si diverte un po’ per 100 minuti e si dimentica in un secondo.

Ewan McGregor col parrucchino, nella parte del padre sognatore sempre sulle nuvole, è nel punto più basso della sua carriera, Anne Hathaway è ormai in ogni film della stagione, mentre i tre ragazzini non lasciano traccia significativa.

Curiosamente, come accade sempre più spesso, nel trailer del film c’è praticamente tutta la storia. Le sorprese in sala sono sostanzialmente azzerate. Si attende invano un elemento nuovo che non arriva mai.

Un’operazione furba, studiata a tavolino. Piacerà? Ne dubito.

 

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