Venezia 2026. Oasis: Don’t Look Back in Anger

Oasis: Don’t Look Back in Anger ***

Il racconto dell’ultima trionfale reunion di Liam e Noel Gallagher dopo oltre quindici anni di silenzi, rotture e incomprensioni, firmato da Steven Knight, è una madeleine per tutti i ragazzi degli anni ’90 e un appuntamento imperdibile per i fans degli Oasis, quando uscirà nelle sale il 10 settembre.

Mescolando le voci dei due fratelli finalmente riuniti e pacificati alle immagini del tour cominciato a Cardiff il 4 luglio 2025 e conclusosi a San Paolo in Brasile il 23 novembre successivo, assieme al vasto materiale d’archivio degli anni ’90, il documentario ricostruisce velocemente la nascita e l’esplosione del Brit Pop, fino alla brusca cancellazione delle date nel 2009 con lo scioglimento della band.

La reunion del 2025 sembra nascere su premesse incerte: alle prove Noel lavora con il gruppo, mentre Liam si presenta a cantare velocemente i suoi pezzi, prima di abbandonare gli altri, senza neanche salutare.

Sul palco tuttavia nasce una complicità nuova, senza bisogno di scuse o pentimenti, ma forse nell’accettazione di una fase diversa, più matura e consapevole del proprio ruolo. Un peso sembra averlo anche la comunità dei fans ancora affezionatissima e riconoscente, capace di identificarsi di nuovo con la band, nonostante i capricci, gli atteggiamenti da star, i litigi e le divisioni di un tempo.

La carrellata dei pezzi è costruita come un crescendo trascinante. Il tentativo di raccontare gli Oasis anche attraverso le voci dei fans pienamente riuscito.

Ascoltare quei pezzi live con la purezza del suono di una sala cinematografica è esperienza notevole, che ovviamente non sostituisce l’evento live, ma ne restituisce una bella approssimazione.

Knight e i registi riescono a costruire anche attorno ai due fratelli un percorso narrativo interessante, che comincia nell’indifferenza e finisce nella complicità. Un ruolo chiave l’hanno i figli dei due, a lungo estranei, poi vicinissimi e affiatati e la scoperta di una nuova generazione di ascoltatori, capace di abbracciare diverse generazioni.

Se Liam emerge con il frontman perfetto con le sue trovate istrioniche e con quel modo originalissimo di cantare con il labbro superiore attaccato al microfono, è curioso notare tuttavia che il pezzo per cui gli Oasis saranno ricordati, che dà il titolo al documentario e che lega indissolubilmente il gruppo all’amata Manchester, in una simbiosi assoluta come poche volte la musica ha saputo evocare, è cantato sul palco da Noel – chitarrista e autore del repertorio maggiore della band – e non dal fratello.

Energetico.

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