Company **
E se una notte d’inverno una viaggiatrice…
Comincia così e sulle note di Shelter from the storm di Bob Dylan, il nuovo film di Casey Affleck, il terzo della sua carriera, ambientato nel 1975.
Una donna misteriosa e affascinante di nome Evelyn si presenza senza invito in una villetta nei sobborghi, la notte di Natale. Il padrone di casa la invita comunque ad unirsi alla festa e lei seraficamente racconta una storia accaduto oltre vent’anni prima a Tom, un anziano eremita che viveva in un capanno nei boschi. La sua ultima notte, soccorre un’attrice rimasta bloccata durante una bufera di neve in Colorado. Per trascorrere la serata, l’attrice gli racconta a sua volta una storia più antica, quella di una coppia di agricoltori che accoglie in casa un giovane vagabondo tormentato, proprio mentre una serie di efferati omicidi semina il terrore nella regione di frontiera.
Il film di Affleck contiene al suo cuore una storia diversa, di ossessione e ricerca, nel corso del tempo. Non riveleremo tuttavia il colpo di scena che solo alla fine chiarisce in che modo le tre storie e le tre protagoniste del film sono collegate l’una all’altra.
Affleck si affida all’arte antica del raccontare storia, dell’avvincere con la magia della parola e persegue il suo obiettivo con una dedizione assoluta. Nel suo film ci sono personaggi che parlano, parlano, parlano ed altri che non possono far altro che ascoltare.
Company è languido e compiaciuto della rotondità dei suoi dialoghi, dilatati verso un tedio infinito, oscuri e pomposi nella seriosità assoluta che non apre nessuno spazio all’ironia.
A mano a mano che si intrecciano storie di generazioni diverse, Company vorrebbe essere anche una meditazione sul lutto, sulla vendetta, sul perdono, tuttavia tutto resta così rarefatto e immobilizzato nella messa in scena a camera fissa di Affleck che tutto appare come osservato da dietro un vetro che ovatta e ottunde.
Scrive il regista nelle note al suo film esistenzialista: “In che modo possiamo fare pace con l’esistenza che ci è stata data in sorte? È un interrogativo che mi accompagna da molto tempo. Ho trascorso gran parte della vita a fare i conti con il passato, a tenere il bilancio, tormentato dal mio debito verso la benevolenza altrui. A un certo punto ho capito che quel bilancio non viene mai pareggiato dal mondo esterno: lo si pareggia con ciò che si sceglie di offrire. È a questo che il film tende. Non esattamente a delle risposte, ma piuttosto a un invito a guardare quel bilancio e, invece di chiedersi perché si sia ereditato un debito”.
Prendere o lasciare.
