Il fuoco che ti porti dentro ***
Edoardo De Angelis adatta per lo schermo il romanzo di Antonio Franchini, Il fuoco che ti porti dentro, come un impossibile apocrifo eduardiano, un nuovo capitolo della cantata dei giorni dispari, diviso in tre atti e un epilogo, vorticosamente avvinti attorno alla sua inarrestabile protagonista, Angela Izzo.
E’ la vigilia di Natale e Angela, vedova napoletana trasferitasi a Milano dal figlio Antonio, è già alle prese con i lunghi preparativi per la cena e il pranzo del giorno successivo.
Ha un cappone a cui torcere il collo, le melanzane da friggere per la parmigiana, il cavolo dell’insalata di rinforzo, le alici, il baccalà, le vongole per gli spaghetti e tutto quello che serve per un sontuoso pranzo in famiglia.
Ci accorgiamo subito che qualcosa non va, come rivela Antonio alla moglie milanese: la madre non è più in grado di cucinare per davvero. I gesti, le consuetudini sono quelle di sempre, ma è tutto esagerato: l’olio è troppo e troppo caldo, le melanzane bruciate, gli spaghetti scotti, il cavolo ammorba l’aria.
Nel frattempo Angela è una pentola a pressione di risentimenti: contro Antonio che non è buono a scrivere e lavora infatti come editor, il nipote “ricchione”, la nuora milanese incapace di cucinare, la seconda figlia che ha sposato un buddista e la terza che non le parla più e non si presenterà alla cena.
Quando Giulio Simonetti, il più venduto scrittore italiano, in procinto di passare alla casa editrice di Antonio, si annuncia con una cassa di champagne e poi si presenta a cena, la situazione precipita verso l’assurdo.
Nessuno riesce a prendere il cappone, che non ha nessuna intenzione di farsi tirare il collo, ma Angela è in grado di fare male a tutti gli altri anche solo con le parole.
De Angelis ricostruisce un sapido interno napoletano a Milano, affidando a Vanessa Scalera un ruolo di madre talmente sopra le righe da spostare l’intero registro del film verso toni ignoti al cinema italiano.
Il suo è un personaggio che ne raccoglie cento, forse mille. Angela è un grumo di dolore e di delusioni che la sua bocca riversa sugli altri con un’insolenza e un’amarezza, che il sarcasmo rende ancora più taglienti.
“Io non ti volevo” riesce infine a dire al figlio Antonio “ho fatto di tutto per non averti” e dietro quelle parole così crudeli un interno universo sembra fare capolino, un altro tempo, un’altra Italia, un’altra cultura.
Incapace di accettare la mediocrità degli altri e forse le sue responsabilità nella loro infelicità, Angela riversa su di loro ogni cattiveria possibile.
Il film di De Angelis è certamente squilibrato, nel tentativo di esaltare e contenere assieme la performance totale e insopportabile della sua protagonista, ma è grazie alla bravura degli altri personaggi che trova un modo di restare sempre sull’orlo del naufragio: Lino Musella e Ivana Lotito sono i due figli traumatizzati da una vita assieme, Elena Radonicich la nuora, il solito impareggiabile Tommaso Ragno nei panni del celebre scrittore, che non ha più una famiglia e deve condividere quella dei suo editor, infine Tony Laudadio che ha un cameo alla fine del secondo atto indimenticabile nel ruolo del genero (diventato) buddista.
Il fuoco che ti porti dentro è quello che brucia Angela dalla punta dei piedi sino a quella dei capelli e si trasmette in un batter d’occhio a tutti coloro che vengono in contatto con il suo atteggiamento rissoso e rivendicatorio nei confronti della vita.
Una madre castrante, divoratrice dei suoi figli, strabordante e impossibile, una madre napoletana.
Dopo il passo falso di Comandante, e gli adattamenti eduardiani per la Rai, De Angelis compie un nuovo passo nella direzione giusta, verso un milieu familiare esagerato, ma realistico, dipingendo un altro melò a tinte fortissime, quasi fino a bruciarci.
Il film è costruito su pochi grandi quadri d’interno: una lunga scena iniziale di 30 minuti, una seconda che si apre con l’arrivo di Giulio Simonetti di simile durata, una terza che racconta la cena di circa dieci minuti e una coda d’epilogo.
Sfruttando la teatralità dell’impianto De Angelis sta letteralmente addosso ai suoi attori: primi e primissimi piani, grande libertà formale, pedinamento ossessivo e nessuna profondità di campo per costringerci a sentire anche noi l’odore acre di quell’olio bollente in cui Angela sembra friggere anche la sua vita oltre al baccalà.
Alla fine Antonio apre la finestra, il cappone può saltare fuori, ma per andare dove?
