Venezia 2026. Dau

Dau ***

1928. La rivoluzione d’ottobre è nelle strade di Leningrado. Ma un uomo, vestito con un lungo cappotto, non sembra essersene accorto. Attraversa la folla ignaro di tutto, con la testa piena di capelli immersa nei suoi pensieri.

È Dau, giovanissimo e geniale fisico, di origini greche.

Pochi anni dopo lo ritroviamo a Kharkiv, assieme a Shubnikov, Demyan, Koretz, un gruppo straordinario di fisici teorici, nel tentativo vano di insegnare ad alunni riottosi e contestatori e di resistere alle pressioni della burocrazia dei ministri e dei militari, che vogliono utilizzare il loro talento per scopi militari.

Dau e gli altri si rifiutano di mettere la fisica al servizio del potere e della distruzione e non piuttosto del progresso e della civiltà.

Dau fa in tempo a scappare a Mosca nel 1938, assieme a Nora, un’operaia conosciuta a una sensazionale festa in costume. Mentre tutto crolla, alcuni compagni vengono deportati, altri sono uccisi dalla polizia politica

Nella capitale, Dau chiede asilo a un anziano scienziato, Krupitsa, che guida un istituto segreto di ricerca.

Ma anche qui le richieste degli emissari di Stalin sono sempre le stesse. Lo sforzo bellico richiede una nuova arma che anche gli americani stanno sviluppando.

Krupitsa lo tradisce, Dau finisce in prigione, torturato e umiliato. Non è etico usare il proprio talento per distruggere la civiltà.

Ma il suo talento è troppo grande. Ritornato a casa, continua la sua “guerra” familiare con Nora. Neppure la gravidanza della donna normalizza un rapporto fatto di ravvicinamenti improvvisi e allontanamenti violenti.

La voracità sessuale di Dau si sfoga sulle mogli dei compagni, su ragazze di servizio, su giovani bariste, attrici greche, sotto lo sguardo sempre più desolato e rassegnato di Nora.

Il tempo passa, i vecchi compagni tornano e muoiono, il suo dossier si arricchisce di confessioni e delazioni, il mea culpa sulle purghe staliniane lo salva, almeno fino all’epilogo, datato 1968.

Opera centrale di un progetto cinematografico di vasta coproduzione europea, a lungo coltivato e che già ha dato frutti diversi nel corso degli ultimi quindici anni, Dau è una lunga epopea storica e personale, un affresco monumentale di una società plasmata dalla violenza e dall’ideologia, diviso a metà da un intermezzo che non sembra arrivare a caso.

Se la prima parte è un fuoco d’artificio di immagini potentissime – si pensi all’arrivo all’aeroporto di Kharkiv nel fango o all’abbraccio con Nora in un tramonto abissale o alle passeggiate di Dau con la sua incredibile giacca di velluto carminio – la seconda è un lento cupio dissolvi di ordinaria infelicità coniugale che poco o nulla aggiunge a quanto il racconto aveva già detto con una capacità poetica prodigiosa.

Il film probabilmente risente della sua genesi lunghissima e travagliata. Molte delle riprese sono state effettuate tra il 2008 e il 2011, altre sono state aggiunte solo nel corso del 2024.

Ogni sezione (Leningrado, Kharkiv, Mosca) è stata affidata a un diverso direttore della fotografia Jürgen Jürges, Manuel Alberto Claro, Lol Crawley, ciascuno con un proprio stile originale. La ricostruzione d’epoca minuziosa si è giovata di un grande lavoro di ricerca, che ha coinvolto anche il casting, nel tentativo di affidare quasi tutti i ruoli principali ad attori non professionisti: il direttore d’orchestra Teodor Currentzis interpreta Dau in quanto personalità di statura e temperamento comparabili a quelli del personaggio, ma molti fisici, artisti e intellettuali hanno partecipato, compreso il celebre fisico Carlo Rovelli.

Come fosse un doppio speculare di Oppenheimer, Dau scava nella dimensione privata dello scienziato, nelle sue idiosincrasie, nelle sue ossessioni amorose, nella sua sessualità bulimica e infantile.

La dimensione pubblica è spesso confinata nei dialoghi coi colleghi più che nell’attività di studio e ricerca, il lavoro sulla atomica resta fuori campo e fuori scena, quasi a voler rendere esplicito il coinvolgimento forzato di Dau.

Sempre più presenti invece nel racconto sono i funzionari politici, belve di regime che accumulano soffiate, estorcono e dettano confessioni, spiano e manipolano in nome di un interesse superiore e di una meschinità morbosa.

In tanti momenti si respira il cinema cerebrale e malinconico di Aleksei German jr., capace di aprire squarci emozionali attraverso una potenza visiva che lascia senza parole.

Le grandi scene di massa – l’incipit rivoluzionario, la fuga in treno da Kharkiv, l’incontro di Dau e Krupitsa dopo l’arresto – sono impensabili per stupore e magniloquenza.

Il lavoro sul montaggio di Ilya Permyakov e Rob Myers dev’essere stato un’impresa nell’impresa, così come lo score sonoro che sovrappone alla presa diretta rumori, musica diegetica, voci, stridori d’avanguardia, in un pastiche originalissimo.

Peccato che l’esplosività iniziale, il generoso accumulo di suggestioni, immagini, storie e tormenti, si sciolga in una seconda parte narrativamente molto più ordinaria, che sembra anche perdere progressivamente ogni interesse per il personaggio, ed è incapace persino di trovare una chiusura che non sia simbolicamente un ritorno circolare all’inizio traumatico e rivoluzionario.

Opera somma, purtroppo solo a metà.

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