NAZA ***
“Se l’obiettivo è annientare Gaza, portare a termine la missione è divertente”.
“Nessuno ha mai sollevato dubbi”.
“Il nostro ruolo è tecnico, non posso esprimere una posizione morale”.
Sono solo alcune delle parole pronunciate dai ventiquattro ufficiali e soldati dell’intelligence israeliana intervistati a volto oscurato e voce artefatta sui tetti di Tel Aviv dai due registi premio Oscar di No Other Land nell’autunno del 2023.
Nel documentario prodotto dal Guardian e dai francesi di mk2, ascoltiamo le voci di chi ha partecipato ai raid sul campo, ha lanciato e comandato i droni, ha lavorato allo spionaggio, alle intercettazioni e alla programmazione della distruzione sistematica di Gaza, dopo gli attacchi di Hamas del 2023. Il titolo, l’acronimo NAZA, fa riferimento ai danni collaterali degli attacchi, alle vittime civili e incolpevoli.
Per un Paese che vanta l’intelligence più strutturata del mondo, il 7 ottobre è stato ben più che una sorpresa: “pensavamo di sapere tutto. Cosa è successo?”
A quel punto annientare Hamas è sembrata una “buona cosa, perchè non ci sono innocenti a Gaza, bisogna cancellarla”. Qualsiasi attacco può essere giustificato, indipendentemente dal numero dei civili coinvolti.
Il sistema ha integrato algoritmi e intelligenza artificiale, che attraverso sistemi di ascolto e tracciamento hanno scelto di colpire i presunti operativi nelle loro case, di notte, quando erano vulnerabili con le loro famiglie, i loro figli, le loro mogli.
Il sistema Lavender ha setacciato i due milioni di telefoni presenti nella Striscia, assegnando punteggi e attribuendo rating alle comunicazioni fino a identificare possibili miliziani. Tra 60 e 70.000 numeri di telefono sospetti sono stati oggetto di bombardamento.
La stima ufficiosa degli errori ammonta al 15%. Poi restano i danni collaterali di questo sistema che appare efficiente solo a chi l’ha progettato.
Ma se l’obiettivo è distruggere, ogni mezzo diventa ammissibile. Qualcuno si spinge persino a dire “abbiamo cancellato la storia”, bombardando qualsiasi edificio in cui ci fossero meno del 25% dei civili presenti.
I whistleblower che partecipano a NAZA si spingono sino al racconto di ciò che hanno visto, ma non ci sono parole di pentimento o ammissioni di responsabilità. A Tel Aviv i palazzi in cui operano sono in pieno centro e così dopo aver ordinato ed eseguito gli attacchi, qualcuno confessa di essere uscito a cena con gli amici.
Il genocidio sistematico dei palestinesi di Gaza è solo un’altra giornata in ufficio: procedure, programmi, ordini, efficienza.
In NAZA emerge la natura routinaria del male in tutta la sua atroce disumanità: “ascoltavo le voci dei bambini, persino i pianti dei neonati, ma alla fine eseguivo gli ordini”.
Abraham e Szor raccolgono le testimonianze nelle notti di una città che dista solo 60km da Gaza, sulla stesso tratto di mare. “Come israeliani, ci siamo sentiti in dovere di usare la posizione che abbiamo, l’accesso che abbiamo alla nostra società, alle persone che sono entrate nell’esercito, per esaminare quel sistema mentre perpetrava quello che tutte le organizzazioni per i diritti umani definiscono un genocidio. Per esaminarlo dall’interno”.
Dai tetti in cui i responsabili decidono di parlare i registi riprendono anche le finestre degli edifici vicini: le televisioni accese mostrano gli onnipresenti Nethanyau e i ministri, ma anche pezzi di vita quotidiana.
Mentre la vita continua, l’inferno inghiotte i figli di Gaza. Le ultime immagini, le uniche girate in Palestina, sono quelle di una serie infinita di piedi, schiacciati dal crollo di un palazzo.
Abissale.
