Seconda Palma d’oro per il rumeno Cristian Mungiu: il regista di 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni bissa con Fjord, ambientato in Norvegia e interpretato da Renate Reinsve e Sebastian Stan.
Nel raccontare il processo e l’ostracismo nel liberale e secolarizzato paese scandinavo verso una famiglia di origini rumene, rigidamente cattolica e conservatrice, Mungiu prosegue il discorso già chiaramente delineato con il precedente Animali selvatici: viviamo un mondo sempre più estremo in cui non riusciamo più a comunicare e a comprendere chi crede in valori diversi da noi. Forse meno profondo e stratificato rispetto ai suoi lavori migliori, è evidente che il tema di Fjord risuona in modo diverso in Italia, dove la cronaca ci ha consegnato un caso simile ancor più estremo, che ha polarizzato le opinioni, spesso in modo sbagliato.
Il regista ha ringraziato ricordando che “Il mondo sta vivendo un brutto momento: non sono fiero di ciò che stiamo lasciando ai nostri figli perché era compito nostro cambiare le cose. Le società odierne sono frammentate e radicalizzate: l’idea che muove questo film è anche quella di un impegno contro ogni forma di fondamentalismo”.
Mungiu entra nel novero ristretto dei dieci registi che hanno vinto la Palma due volte, che annovera tra gli altri Coppola, Kusturica, Ostlund, Dardenne, Loach e Haneke.
Un premio indubbiamente sensato, anche se forse – a vedere il palmares con addirittura tre ex aequo – verrebbe da credere in realtà a una giuria spaccata, con due idee di cinema molto, troppo diverse. La scelta di un nome indiscutibile come Mungiu, già premiato con il massimo degli allori a Cannes in passato è forse stato il compromesso possibile all’interno di un gruppo eterogeneo.
Si consideri in proposito il doppio premio alla regia che va alla coppia dei Javiers spagnoli e a Pawlikowski: non potrebbero esserci due idee di messa in scena più diverse, compiaciuti, melodrammatici, dissipatori gli spagnoli, sottile, essenziale, elegante, colto il polacco.
Sulla stessa lunghezza d’onda il Grand Prix a Minotaur di Zvyagintsev, che forse avremmo scambiato con Mungiu, e che ci restituisce in piena forma un grande regista europeo dopo una lunga malattia e l’esilio, con un film che è figlio di molti dei suoi lungometraggi precedenti.
Gli attori premiati sono addirittura quattro, la coppia di All of a Sudden e quella di Coward, segnalando l’eccellenza di due dei film migliori del festival.
Il premio per la sceneggiatura a Notre salut e quello della giuria a The Dreamed Adventure sono i più deboli del palmares, ma sono anche i riconoscimenti meno importanti.
Per la settima volta consecutiva la Palma premia a un film distribuito da Neon. La striscia aperta con Parasite continua ancora. L’investimento fatto dalla società newyorkese su Cannes continua a pagare. Quest’anno la società aveva in concorso anche Hope, Sheep in a Box, The Unknown, All of a Sudden, Paper Tiger, oltre a Clarissa e Once Upon a Time in Harlem alla Quinzaine e il nuovo Refn Her Private Hell, fuori concorso.
Qualcuno malignando ha scritto che ormai Cannes è il festival della Neon, ma è evidente che il lavoro fatto nel tempo sta dando i suoi frutti, anche con imprevedibile casualità
Un considerazione geopolitica: in un festival che ha fatto a meno degli americani, il palmares rispecchia la centralità del cinema europeo: Mungiu, Pawlikowski, Zvyagintsev, Marre, Grisebach, i due spagnoli e tre dei quattro attori. Forse anche a Cannes il mondo si scopre improvvisamente più piccolo.
Paolo Mereghetti ricorda nel suo pezzo per il Corriere il grande assente di questo palmares e una certa confusione che deve aver guidato la giuria: “Una buona edizione del festival si è conclusa premiando dei buoni film ma con motivazioni in parte molto discutibili. In effetti non mi ricordo una premiazione dove su sette riconoscimenti, tre sono stati attribuiti ex aequo: oltre alla regia anche agli attori di Coward Emmanuel Macchia e Valentin Campagne, che francamente impallidivano se confrontati con le prove di Arnaud (in Notre Salut) e soprattutto di Javier Bardem nel vergognosamente dimenticato El ser querido di Rodrigo Sorogoyen. […] ha prevalso un’idea di cinema civile, che sapesse parlare ai nostri tempi, con il russo Zvjagincev che per ringraziare del Grand Prix al suo Minotaure ha chiesto a Putin di fermare la guerra in Ucraina […] Lasciando la convinzione che la cosa più debole di questo buon festival sia stata proprio la giuria”.
A domani per ulteriori commenti.
Di seguito i premiati e i link alle nostre recensioni:
Palme d’Or
Fjord, Cristian Mungiu
Grand Prix
Minotaur, Andrey Zvyagintsev
Best Director
Javier Calvo e Javier Ambrossi per La bola negra ex-aequo con
Pawel Pawlikowski per Fatherland
Best Actress
Virgine Efira e Tao Okamoto, All of a Sudden
Best Actor
Emmanuel Macchia e Valentine Campagne, Coward
Jury Prize
The Dreamed Adventure, Valeska Grisebach
Best Screenplay
Emmanuel Marre, Notre Salut
Caméra d’Or
Ben’Imana, Marie Clementine Dusabejambo
Palme d’Or for Best Short Film
Para los contrincantes (For the Opponents), Federico Luis
