Tre storie apparentemente separate nel tempo e nello spazio per il terzo film spagnolo del concorso diretto dalla coppia Calvo & Ambrossi, tratto dal romanzo di Alberto Conejero, La piedra oscura.
Il libro racconta l’incontro avvenuto nell’estate del 1937 tra il repubblicano Rafael Rodríguez Rapún e il suo carceriere Sebastián, nei giorni precedente la sua morte. Sul confronto fra i due uomini, lontanissimi per convinzioni, cultura e origini familiari, aleggiano il fantasma di Federico García Lorca, del quale Rapún era stato compagno nella vita, e il mistero della sua ultima opera teatrale, rimasta incompiuta.
La prima storia che il film racconta è proprio quella di Sebastián, fascista per caso nella Spagna del 1937. Il suo paese viene bombardato per sbaglio dagli italiani, lui si salva, ma viene arruolato per non essere fucilato e si trova a fare da confidente di un ex giocatore dell’Atletico Madrid, repubblicano e membro di una celebre compagnia teatrale, gravemente ferito e ricoverato in un ospedale vicino a Santander.
La seconda storia risale al 1932 con il giovane Carlos a cui viene rifiutata l’associazione al casino sociale dai notabili della sua città, perchè sospettato di frequentazioni “inappropriate”. La bola negra rappresenta il voto contrario all’adesione di Carlos, espresso dai maggiorenti.
La terza si svolge nella Spagna del 2017. Alberto Azcuna, un giovane storico omosessuale con un complicato rapporto con la madre, riceve la notizia che il nonno materno è morto lasciandogli un legato che può ritirare solo di persona nel piccolo paesino di Cantabria. Qui scoprirà non solo la verità su un avo mai conosciuto, ma riceverà un manoscritto inedito.
Il film dei due Javier funziona egregiamente finché le tre storie si muovono in parallelo, tutte con una evidente dimensione di autoaffermazione queer, il tema centrale attorno a cui ruotano tutti i personaggi.
Quando il film poi chiarisce i legami che attraversano le tre storie legandole intimamente ed evocando il lavoro di Federico García Lorca, il film improvvisamente perde il suo mistero e si piega alla logica didascalica delle spiegazioni, che ammorbano l’ultima ora piombando ambizioni e sentimenti evocati fino a quel momento con una certa efficacia.
Resta tuttavia problematico il contesto storico in cui si muove il racconto di Sebastián e Rafael, con un’immagine fuorviante e consolatoria della guerra civile spagnola, in cui i veri cattivi sono i fascisti italiani e in cui si è perseguitati non per le proprie idee politiche, ma per la propria identità sessuale.
Come ha fatto notare Roberto Manassero su Cineforum, il film perpetua l’idea che “le scelte personali nascono sempre da un trauma, dunque da una ragione esplicabile o comprensibile, e mai da una volontà o un desiderio slegati da circostanze tracciabili o giustificabili”.
Il film così semplifica i conflitti, riduce la complessità a tesi preordinate, schiaccia i personaggi nella loro dimensione identitaria e sessuale, come se questa bastasse a giustificare tutto.
La prima storia si dilunga così a mostrare il destino del prigioniero con una deviazione spettacolare che serve solo a convocare in scena Penelope Cruz in versione Marlene Dietrich; la seconda assume connotati per un verso surreali e per altro verso storici, introducendo addirittura un segmento in bianco e nero confessorio del tutto superfluo; l’ultima, fin dall’inizio quella più debole, aggiunge un eccesso melodrammatico di cui il film non aveva bisogno e un nuovo inutile personaggio interpretato da Glenn Close.
È come se, scritto il film, i due registi non si fossero fidati sino in fondo della loro storia, saturandola di cameo e presenze che sfrangiano solo il racconto e introducono sottolineature continue e deviazioni che appesantiscono il testo.
Il film così disperde le sue buone idee in cattive intenzioni e ambizioni fuori controllo, inseguendo un eccesso melò che avrebbe dovuto e potuto essere invece asciugato. La storia del manoscritto ritrovato era già sufficiente a dire ogni cosa.
Così La bola negra, ammorbato anche da una colonna sonora inutilmente magniloquente, cerca insistentemente una complicità che suona un po’manipolatoria, in nome di un intrattenimento popolare che qui fa rima con superficiale.
Dei tre spagnoli in concorso, questo è certamente di troppo.

