Coward ***1/2
Prima Guerra Mondiale. 65 milioni di giovani uomini coinvolti nelle atrocità di un conflitto lungo, sfiancante, di trincea. Nell’esercito belga tuttavia i militari vengono impiegati a rotazione in tutte le attività.
Agli assalti al fronte si alternano momenti in cui si occupano dell’infermeria, delle comunicazioni, dell’approvvigionamento e dell’intrattenimento delle truppe, secondo uno schema che si ripete costantemente.
Pierre, un giovane soldato che dice di venire dalla campagna, arriva sul campo cantando a squarciagola sui vagoni del treno, assieme ai suoi nuovi compagni.
Lo vediamo scaricare le testate e poi i cannoni, quindi i cadaveri di chi non ce l’ha fatta ed è finito in una delle tante fosse comuni, scavate in fretta. Durante un pranzo conosce Francis, istrionico figlio di un sarto che si diverte a mettere in scena scherzi e piccoli spettacoli per il suo battaglione.
Ben presto Francis si ritrova a guidare una compagnia di rinnegati che si occupa principalmente di sollevare il morale delle truppe.
Mentre Pierre scarica gli elmetti, distinguendo quelli bucati dalle pallottole dagli altri, e viene impegnato in missioni suicida notturne contro i tedeschi, Francis costruisce un palcoscenico e prova i nuovi numeri musicali.
Le vite dei due dopo un lento avvicinamento si mescolano e si fondono: galeotto è un ombrello bianco dietro cui occultare un pudico bacio.
Il film del giovane belga Dhont, al suo terzo lungometraggio, è un grande affresco di guerra antiretorico e antimilitarista, tutto dalla parte dei ragazzi in cammino. Non ci sono generali, comandanti, ordini. Solo soldati semplici impegnati in una odiosa routine di morte da cui si può uscire solo in due modi: scaricati da un camion gravemente feriti o senza vita oppure scappando in montagna da disertori, da codardi.
È quello che accade al milite Jacobs che prima fugge, poi ritorna coperto dai compagni, quindi insofferente all’orrore si spara dietro una baracca.
Il nemico appare una volta sola, col volto impaurito dei prigionieri, costretti a sorbirsi una zuppa in cui i belgi hanno urinato. Ma non c’è alcuna differenza sembra dirci Dhont tra la paura degli uni e degli altri.
E così, mentre i turni si susseguono sempre uguali, la compagnia dei rinnegati di Francis sembra sottrarsi ai propri obblighi, passando di compagnia in compagnia, sul fronte con il piccolo spettacolo di varietà: “voi ballate, mentre noi moriamo“.
In fondo è un altro modo per obiettare, per disertare la morte, per sottrarsi al ciclo infernale di un conflitto che agli occhi di chi lo combatte non ha alcun senso.
Dhont gira con una maestria da veterano, attraversa gli spazi, fonde sguardi e corpi, non ha pura del sangue e del fango, è capace di far sentire l’urlo e il furore dei suoi giovani protagonisti, che si fanno coraggio tutti assieme con un cameratismo che non ammette tradimenti.
Eppure, di fronte alla morte, ci si riscopre inevitabilmente soli.
La tensione continua che attraversa la prima parte si trasforma in erotismo, conquista, idillio nella seconda: per Pierre e Francis non resta quindi che sopravvivere e affrontare le conseguenze di quello che accadrà dopo.
Il film di Dhont è luminosissimo, immerso in una luce dorata, ripreso quasi sempre in pieno giorno, colmo di vita, gioventù e rabbia, in un contesto che le mortifica continuamente.
Solo in apparenza debole sotto il profilo narrativo, è invece capace di isolare a poco a poco nei grandi quadri d’insieme una storia piccola, singolare, intima, che tuttavia si fa grande, emblematica, comune nella sua ansia identitaria.
Chi sono davvero i due ragazzi biondi ed efebici? Torneranno ad essere quelli di prima della guerra? Potranno pensare di farlo assieme?
Se Francis immagina di inseguire l’imperativo familiare assecondando le volontà paterne, Pierre non ha nessun padre a cui tornare. Per lui la vita ricomincia da capo, con un altro nome, altri vestiti, un’altra vita.
Da codardo, appunto.

Un film davvero interessante che parla molto di umanità e mostra un pensiero contro la guerra davvero interessante e maturo.