Cannes 2026. All of a Sudden

All of a Sudden ***1/2

All’improvviso.

1. Che si verifica tutto a un tratto, senza indizi premonitori e senza motivi apparenti; imprevisto, inaspettato: un temporale improvviso; una disgrazia, una morte improvvisa.
2. Di persona, inatteso.

Marie-Lou Fontaine è un’antropologa che dirige una casa di riposo, secondo i principi dell’Humanitude: lo staff comprende animatori e caregiver formati a dialogare assumendo il linguaggio anche fisico degli ospiti, questi ultimi vengono coinvolti in continue attività, invitati a stare in piedi e camminare perché l’allettamento è solo l’ultima possibilità. La formazione richiede tempo e risorse, c’è il tema delle responsabilità connesse ai possibili incidenti e le resistenze degli infermieri vecchio stampo contribuiscono a complicare il compito di Marie-Lou. Le risorse limitate del bilancio non consentono gli aumenti salariali richiesti dallo staff.

Invitata dal suo più stretto collaboratore a prendersi una serata libera, la direttrice accetta l’invito a teatro di una regista giapponese, Mari Morisaki, incontrata per caso in un parco qualche giorno prima, assieme al suo attore Goro e al nipote autistico Tomoki.

“Da vicino nessuno è normale”: la pièce con il titolo italiano è ispirata al lavoro di Franco Basaglia ed evidentemente risuona della stessa sensibilità di Marie-Lou.

Le due donne trascorrono la serata assieme, si raccontano dei loro studi, della loro vocazione: Marie-Lou ha preso un master in Giappone, ma è stata costretta a tornare a Parigi dopo lo tsunami del 2011 a causa della malattia degenerativa della madre; Mari ha studiato filosofia alla Sorbonne, da cinque anni combatte con un tumore al seno che le lascia poche settimane di vita. Ciascuna comprende la lingua dell’altra e in un dialogo che prosegue per molti giorni, tra la residenza dell’una e il teatro dell’altra, tra la Francia e Kyoto e poi di nuovo indietro nel Vecchio Continente dove tutto trova circolarmente la sua conclusione.

Il film è liberamente ispirato al libro epistolare della filosofa Makiko Miyano You and I – The Illness Suddenly Get Worse” in cui decise di pubblicate le lettere scambiate con l’antropologa medica Maho Isono, sulla vita, la malattia e la morte. Miyano perse conoscenza poco dopo aver scritto la prefazione del libro e morì dopo 15 giorni. Dopo il successo di Drive My Car, Hamaguchi ha scelto di lavorare all’adattamento del libro “profondamente commosso” dalla corrispondenza tra le due donne. Sviluppa il progetto in due anni, viaggiando in Francia a lungo e partecipando a un workshop con attori francesi per osservare il loro lavoro e convincendo Virginie Efira ad imparare il giapponese per prepararsi al ruolo.  Nel tentativo di creare un ponte tra la cultura francese e quella nipponica, Hamaguchi individua nell’approccio terapeutico chiamato Humanitude un metodo praticato nei due paesi, che mette la dimensione umana al centro della cura terapeutica, con l’obiettivo di assicurare l’integrità di ogni essere umano.

Il suo film è semplicemente un incanto che misura attraverso le parole dei suoi interpreti la distanza invisibile tra due vite e due mondi. Attraverso il teatro, il rituale assembleare e l’esercizio scenico che tornano anche questa volta come in Drive My Car e Il male non esiste, le due donne trovano il modo non solo di comunicare tra di loro ma di immaginare un percorso nuovo anche con gli ospiti della residenza.

Nella serena accettazione di sé e degli altri, nella consapevolezza dei limiti delle scelte che compiamo e dei metodi che utilizziamo, il film mostra come ogni distanza possa essere ricomposta, ogni danno sanato, ogni incomprensione vinta.

La tenerezza malinconica che attraversa il nuovo capolavoro di Hamaguchi c’è il dolore della malattia, la incomprensibile perdita di sè, fino all’incontro con la morte.

Eppure il film le attraversa con una leggerezza che sarebbe piaciuta a Calvino, scegliendo la profondità invece del dramma, la riflessione al posto delle lacrime, la commedia sul melò.

E costruendo un meccanismo narrativo che nel consueto inarrivabile naturalismo, spinge gli interpreti a una simbiosi assoluta con i loro personaggi.

E’ difficile testimoniare e condensare qui la bellezza del lavoro di Hamaguchi, che nel grande schema della vita, che occupa una delle scene più incredibili del film, sceglie evidentemente di rimanere fuori dalle logiche della nostra società, occupandosi di coloro che il progresso inesorabile e ha lasciato indietro, facendosi accompagnare in questo viaggio da due donne semplicemente straordinarie.

Combattere la natura autodistruttiva ed emarginante del sistema sembra anche il compito di Hamaguchi, che va in direzione ostinata e contraria, incurante del tempo che ci chiede, dei sentimenti che asseconda, dello spirito che abbraccia, lontanissimo da un mondo che si riscopre egoista e guerrafondaio.

Tutto questo si nota nella fiducia che il regista ripone nella parola, non solo nella dialettica tra pari, ma anche nella sua dimensione assembleare e quindi pubblica e politica. Nei tanti momenti di confronto tra la direttrice, i caregiver, gli animatori e gli infermieri, il conflitto, il confronto e anche lo scontro, trovano una sintesi nei processi decisionali della struttura ispirati non solo ai principi di Marie-Lou e dei suoi collaboratori, ma anche all’esperienza di chi ci lavora.

Il lavoro di Tao Okamoto e Virginie Efira accanto ai veri ospiti di una struttura residenziale per anziani, nasce in fondo dagli stessi elementi.

La relazione, l’incontro, la composizione dei conflitti: sono forse queste le chiavi ultime del cinema di Hamguchi, mai così chiaro e limpido come in All of a sudden.

 

 

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